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Foo Fighters – Medicine At Midnight

Il decimo album del gruppo capitanato da Dave Grohl è un tripudio di funk, pop, gospel e disco, mescolati al tipico Foos’ sound, il cui risultato è a tratti interessante e in qualche caso un po’ stonato. Il produttore Greg Kurstin (Sia, Liam Gallagher, Adele, Kelly Clarkson), con cui i Foo Fighters avevano già collaborato per la realizzazione di “Concrete And Gold” (2017), aveva infatti accennato a un lavoro ispirato a “Let’s Dance” (1983) di David Bowie.

L’apertura fa purtroppo saltar subito la mosca al naso: il “na na na” corale di Making A Fire è fastidioso, senza se e senza ma. Sì, la canzone è tremendamente ottimista, sembra uscire direttamente dagli anni Novanta, ha un non so che di Lenny Kravitz nei riff e nella struttura che non guasterebbe e vede la partecipazione della figlia di Dave Grohl, Violet, proprio in qualità di corista, ma a fronte di tutto ciò… Non è comunque la miglior apertura che si potesse proporre. Cambia totalmente passo l’incalzante riff di batteria della cupa Shame Shame, traccia che ha diviso la platea dei fan, ma che può essere considerata decisamente più interessante e su un livello differente rispetto all’opener.

Tra i brani più apprezzabili troviamo l’efficace Cloudspotter, caratterizzata da bei riff di chitarra e i rintocchi di una cowbell, e la ballata Waiting On A War, nella quale si percepisce subito come il buon Dave c’abbia messo anima e cuore (un dettaglio che fa la differenza). Scritta dopo una conversazione con sua figlia Harper, il pezzo trae ispirazione dall’infanzia del frontman, trascorsa nei sobborghi di Washington D.C. con la paura dell’arrivo di una guerra. A metà del disco vi sono i ritmi funkeggianti della ballabile Medicine At Midnight, che stavolta si accordano perfettamente ai cori di accompagnamento.

I chitarroni heavy metal e i duri riff di batteria di No Son Of Mine rievocano la “Ace Of Spades” dei Motӧrhead, rendendo omaggio a Lemmy Kilmister: il testo si scaglia contro l’ipocrisia di alcuni leader politici. L’album continua con la dinamica Holding Poison, tipica Foos’ song, mentre spiazza totalmente con la sussurrata e minimale ballad dal sapore lennoniano Chasing Birds, per poi concludersi con il pop rock di Love Dies Young. Medicine At Midnight sorprende positivamente con influenze nuove, ma risente della mancanza di una direzione concreta e ogni tanto si fatica a capire dove vada a parare: essendo sbilanciato nella scelta delle sonorità, alcune tracce fanno un po’ a pugni tra loro.

Sia chiaro, che la band di Dave Grohl non fosse più quella di tempo era cosa risaputa, ma non è un problema, visto che i brani meglio riusciti sono proprio quelli nei quali Grohl si affida al proprio istinto. La resa dal vivo è – o meglio, sarà – garantita, la maggior parte dei pezzi è radio-friendly e i singalong si sprecano. Ci si augura che questo album di sperimentazione aiuti i Foo Fighters a ritrovare il bandolo della matassa e un nuovo equilibrio, osando ancora di più, visto che le idee non mancano.

(2021, RCA)

01 Making A Fire
02 Shame Shame
03 Cloudspotter
04 Waiting On A War
05 Medicine At Midnight
06 No Son Of Mine
07 Holding Poison
08 Chasing Birds
09 Love Dies Young

IN BREVE: 3/5

Martina Vetrugno
Studentessa di ingegneria informatica, musicofila, appassionata di arte, letteratura, scrittura e tante altre (davvero troppe) cose. Parla di musica su Il Cibicida, Indiementia e con chiunque incontri sulla sua strada o su un regionale (più o meno) veloce.