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Greg Dulli – Random Desire

Non sono tanti gli artisti così spiccatamente peculiari da far sì che, con la loro sola e seppur minima presenza, ogni album, brano o concerto cui prendono parte si rifletta su di essi. Greg Dulli è senza ombra di dubbio uno di quei pochi: a parte – si fa per dire – gli Afghan Whigs, la sua ormai ultratrentennale creatura, Dulli ha forgiato con la sua voce, le sue inclinazioni soul, il suo particolare gusto rock, anche Twilight Singers e Gutter Twins, giusto per restare ai capitoli più noti della sua lunga carriera, setacciando sempre tutto attraverso il suo personalissimo filtro.

Il suo esordio solista sulla carta c’era già stato, “Amber Headlights” del 2005, una raccolta di pezzi che Dulli, però, non ha mai considerato un vero e proprio debutto a suo nome. Al contrario di questo Random Desire, che inevitabilmente poggia su basi diverse da quelle del disco del 2005 oltre che su attimi ed esigenze di vita distanti anni luce. Le dieci tracce che lo compongono Dulli le ha scritte e suonate in solitudine, salvo poi affidarsi per le incisioni a una serie di amici tra cui Jon Skibic (già negli ultimi Afghan Whigs) e Mathias Schneeberger (già nei Twilight Singers), giusto per sottolineare ancora un po’ il fil rouge che lega “Random Desire” all’intera discografia di Dulli.

In questo senso Pantomima, traccia d’apertura nonché prima anticipazione estratta dal disco, gioca sui cliché tanto cari a Dulli: chitarrismo allo stato puro, elettricità dirompente e pathos, un po’ la summa del Dulli-pensiero, declinata in modo convincente sebbene non è certo qui che vadano cercate le novità. Quelle le troviamo altrove, ad esempio nell’uso marcatamente world degli archi di A Ghost oppure nelle pulsazioni elettroniche di Lockless, roba che per Dulli non è proprio all’ordine del giorno e che anche per questo si fa apprezzare.

Si fanno apprezzare anche i passaggi in cui i ritmi rallentano, vedi lo scurissimo e cadenzato folk di Marry Me o una ballad essenzialmente pianistica come Scorpio, materiale ampiamente nelle corde di Dulli ma non troppo spesso messo in mostra, al contrario di The Tide e It Falls Apart, due climax clamorosi che sanno molto di Afghan Whigs e che puntano tutto su un usato sicuro che non è tanto voler vincere facile ma piuttosto una dimostrazione di personalità.

Senza strafare in quanto a varietà della proposta (rischio sempre dietro l’angolo, anche per uno con la corazza dura e spessa come la sua), mantenendosi sempre all’interno di una comfort zone parecchio ampia per sua natura, Dulli ha portato a termine anche l’esperimento (o chissà, forse la sua nuova dimensione) solista con la consueta classe e riconoscibilità, aggiungendo un altro piccolo ma probabilmente decisivo tassello a un mosaico musicale già luminosissimo.

(2020, Royal Cream / BMG)

01 Pantomima
02 Sempre
03 Marry Me
04 The Tide
05 Scorpio
06 It Falls Apart
07 A Ghost
08 Lockless
09 Black Moon
10 Slow Pan

IN BREVE: 3,5/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.