Home RECENSIONI Greta Van Fleet – The Battle At Garden’s Gate

Greta Van Fleet – The Battle At Garden’s Gate

Esistono migliaia di modi per iniziare a impostare un articolo, si può scegliere di essere seri, obiettivi e coincisi oppure ironici e prolissi, finendo inutilmente per divagare: è stata dura, ma alla fine ha vinto il buon senso e il non voler cedere alla tentazione di cadere in polemiche sterili, le quali giungerebbero inoltre con infinito ritardo dacché i fratelli Josh, Jake e Sam Kiszka e Danny Wagner, ovvero i Greta Van Fleet, esplosero in alta rotazione con la valida “Highway Tune” nel 2017. Vi sono band amate alla follia da alcuni e odiate in egual misura da altri per i motivi più disparati, i quattro ragazzi del Michigan non fanno eccezione, per questo è essenziale tenere a mente poche semplici considerazioni quando si parla di loro. La prima è che solo perché un cantante usa una tonalità alta, non significa che sia (o voglia essere) uguale ad un altro, il timbro di voce non si può scegliere o comprare al supermercato; mentre l’ultimo appunto riguarda il suonare degli strumenti “comuni”: saperlo fare degnamente non è un crimine. Nient’altro.

Si potrebbe perdere tempo a chiamare in causa altre mille argomentazioni, incentrate su di loro e sui mostri sacri che chi sta leggendo può ben immaginare, o addirittura generalizzarle, facendo notare che quando dei giovani decidono di puntare su sonorità hard rock e blues, scatti puntualmente una caccia alle streghe, alla ricerca della fatale fila di note, per capire da dove abbiano “attinto” per l’una o l’altra canzone. Ma che senso avrebbe discorrere di tutto questo? Distoglierebbe dal reale contenuto dell’articolo, ovvero la recensione di The Battle At Garden’s Gate, ragion per cui è meglio procedere.

Accuse di satanismo ancora non se ne vedono (il che è un vero peccato, fanno sempre notizia), al contrario nel sophomore del quartetto di Frankenmuth spuntano un organo Hammond B3 e lunghi passaggi strumentali che conferiscono un’atmosfera ancor più “religiosa” ed epica rispetto al precedente “Anthem Of The Peaceful Army” (2018), mentre i temi trattati nei testi rinnovano una grande sensibilità nei confronti dell’ambiente e di come l’uomo vi si relazioni, aggiungendo ulteriori tasselli sulla condizione dell’essere umano e sul suo rapporto con la tecnologia. I video dei singoli pubblicati sono una serie di episodi coerenti di buon impatto cinematografico: merito del frontman, da sempre appassionato di fotografia e videomaking.

Il disco si apre con la trionfale Heat Above, che richiama molto lo stile dei pezzi del debut, al quale si ricollega anche idealmente, ma con grande protagonista il tappeto di note dell’organo; ad essa seguono i riff di chitarra della speranzosa e scanzonata road song My Way, Soon e la quieta Broken Bells, caratterizzata da un lieve crescendo che culmina nell’immancabile assolo di chitarra.

L’enigmatica (ma non per sonorità) Built By Nations lascia il posto alla più interessante Age Of Machine, uno dei brani cardine dell’album che, con i suoi sette minuti di durata e velati riferimenti ad un futuro (non così lontano come potrebbe apparire) da romanzo sci-fi, si sposta in territori prog rock ed esprime un grande desiderio di libertà, invitando l’uomo a guarire dalla dipendenza dalla tecnologia.

Si prosegue con la vena folk della valida Tears Of Rain, retta quasi interamente dai rintocchi di un piano e pochi guizzi di chitarra acustica, per poi riprendere quota con Stardust Chords e puntare nuovamente su una semi-ballad, Light My Love. Caravel è un ottimo esercizio di stile, il testo non è dei più originali, anche se in tempi come questi l’idea di una caravella che salpa verso la fine del mondo, in mezzo ad un mare in tempesta, rappresenta una metafora tanto altisonante quanto sensata per descrivere i sentimenti dell’animo umano. Il trittico finale comprende l’anti-war song The Barbarians, i bei cori di Trip The Light Fantastic e la più lunga e maestosa The Weight Of Dreams, checonclude perfettamente il percorso in pompa magna.

“The Battle At Garden’s Gate” è una vera e propria colonna sonora che mostra ancora i segni di attaccamento alle origini in alcuni brani, ma molto meno nei singoli e nei pezzi migliori, e questo è senz’altro un bene. Il gruppo ha lasciato intendere di voler portare avanti un processo di maturazione sia dal punto di vista della stesura dei testi, sia dell’elaborazione di uno stile personale. Vale la pena attendere un terzo giro di valzer decisivo, per verificare se bravura e slancio creativo riusciranno finalmente a collimare una volta per tutte, e soprattutto vederli dal vivo quando ve ne sarà l’opportunità.

Chi è arrivato a questo punto si sarà accorto che non sono mai stati usati i termini “Led Zeppelin”, “Robert Plant”, “il bel riccio biondo”, “Jimmy Page”, “John Bonham”, “Bonzo”, “John Paul Jones”, “il bassista bravo che si dimenticano sempre tutti”, “batteria sincopata”, “Dirigibile” e via discorrendo. Perché? Perché la stoffa e la tecnica non mancano ai Greta Van Fleet e ci si augura che il tempo gli permetta di riuscire a farsi apprezzare per le loro capacità, poiché il rischio sarebbe quello di vederli rimanere per sempre relegati a secondo termine di paragone, un confronto inconsistente e irreale sotto migliaia di aspetti e, anche volendo, impossibile da sostenere. Si parla di qualcuno che in vita propria di accuse di plagi veri o presunti se ne è viste addossare parecchie, ma che a distanza di cinquant’anni nessuno si sognerebbe mai di contestare, giustamente, perché loro la storia della musica l’hanno scritta, scopiazzature o meno, con buona pace di Anne Brendon, Muddy Waters, Bobby Parker, Willie Dixon e tutti gli altri grandi da cui “attinsero”.

(2021, Republic / Lava)

01 Heat Above
02 My Way, Soon
03 Broken Bells
04 Built By Nations
05 Age Of Machine
06 Tears Of Rain
07 Stardust Chords
08 Light My Love
09 Caravel
10 The Barbarians
11 Trip The Light Fantastic
12 The Weight Of Dreams

IN BREVE: 3/5

Martina Vetrugno
Studentessa di ingegneria informatica, musicofila, appassionata di arte, letteratura, fotografia e tante altre (davvero troppe) cose. Parla di musica su Il Cibicida e con chiunque incontri sulla sua strada o su un regionale (più o meno) veloce.