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Indigo Sparke – Echo

Sarebbe obiettivamente complicato iniziare a parlare di Echo, l’esordio sulla lunga distanza di Indigo Sparke, senza tirare in ballo Adrianne Lenker. Lo sarebbe perché Lenker negli ultimi anni s’è distinta eccome, ha brillato tanto di luce propria (vedi la sua recente doppia creatura solista “Songs/Instrumentals”) quanto di luce collettiva, con quei Big Thief che hanno raccolto consensi trasversali e pressoché unanimi. E di “Echo” Lenker ne è co-produttrice, un ruolo che a quanto pare le calza parecchio bene, ulteriore segno di un magma incandescente e visionario che le scorre dentro inarrestabile. Allo stesso modo, però, sarebbe decisamente ingeneroso relegare la valutazione di “Echo” al lavoro, agli spunti e ai consigli che Lenker può aver messo in campo, perché quando parte Colourblind e la voce di Indigo Sparke inizia a ricamare le sue trame, appare chiaro come la songwriter australiana di suo ci metta tanto, tantissimo.

Il minimalismo di “Echo”, in cui la voce di Indigo è accompagnata al 99% da una sola acustica che rimanda a datati scenari folk, è la carta vincente del disco, e lo è perché supporta in modo mai invadente ma sempre presente le storie di Indigo, storie impresse sulla sua pelle, storie d’amore, di resa, di ferite che a volte si rimarginano ma spesso e volentieri non lo fanno. Il calore della copertina del disco, che vede l’australiana persa in un brullo scenario desertico, in realtà è un inganno bello e buono: di quella solarità Indigo Sparke ne prende l’indolenza, è vero, la stessa che nella già citata Colourblind o in Golden Age l’aggancia al sempre più ricorrente folk trasognato dei Mazzy Star, ma non c’è altro.

Perché nella sostanza l’approccio cantautorale di Indigo Sparke è decisamente più influenzato dalla coltre fumosa che avvolge (quasi) tutti i lavori su cui la Sacred Bones mette lo zampino, una coltre che la porta in Undone, in Bad Dreams, in Carnival, nello spoken di Dog Bark Echo, nella spettrale nenia Baby e soprattutto nel cupo finale di Everything Everything (“Tutto sta morendo”, sussurra) a piazzarsi nei dintorni di una Chelsea Wolfe in salsa lisergica, di una Marissa Nadler nata e cresciuta sulla West anziché sulla East Coast, di una Emma Ruth Rundle meno apocalittica. Insomma, riferimenti altissimi (più dal punto di vista concettuale che realizzativo, s’intende) che fanno di “Echo” un esordio riuscito e di assoluta prospettiva.

(2021, Sacred Bones)

01 Colourblind
02 Undone
03 Bad Dreams
04 Carnival
05 Dog Bark Echo
06 Golden Age
07 Wolf
08 Baby
09 Everything Everything

IN BREVE: 3,5/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.