Home RECENSIONI Interpol – The Other Side Of Make-Believe

Interpol – The Other Side Of Make-Believe

Quest’anno sono venti. Cifra tonda. Un lasso di tempo che lascia inevitabilmente dietro di sé uno strascico di eventi, che permette di analizzare processi ed evoluzioni. Di cosa parliamo? Se si scrive di Interpol il pensiero non può prescindere dal loro esordio, “Turn On The Bright Lights”, dato alle stampe proprio nel 2002. Ma questo non è uno scritto per celebrarne l’anniversario, è l’occasione, però, per fare il punto sulla carriera di un gruppo iconico degli anni 2000. L’assist lo fornisce The Other Side Of Make-Believe, settimo disco in studio per la band di Paul Banks e soci.

Non giriamoci troppo intorno: gli Interpol hanno il demerito – se ci consentite l’azzardo – di aver cominciato la loro carriera con un lavoro perfetto. Sì, le influenze erano marchiane, il suono derivativo – non da prefigurarsi nella sua accezione negativa – ma quel disco, con quelle atmosfere, era perfettamente calato nella New York di inizio millennio, tra le incertezze del nuovo e la nostalgia del passato. Fotografava un momento, un’attitudine, cosa è successo poi? Ottimi dischi con ottimi pezzi, “Antics” (2004) e “Our Love To Admire” (2007), figli della scia lanciata da TOBL. Ma anche lavori più anonimi, attestanti un calando di idee e soluzioni. “Marauder” (2018), primo disco uscito per la Matador, ha avuto il merito di avere molteplici richiami al passato glorioso, forse più di altri, meglio di altri. Riff tiratissimi, a tratti asfittici, la timbrica di Banks al suo posto, la fotografia di una band ancora viva sebbene poco incline agli stravolgimenti stilistici.

Poi la pausa, più o meno forzata: Banks che mostra la sua versatilità e propensione ad attraversare i generi con il progetto parallelo Muzz – intavolato con Josh Kaufman e Matt Barrick, la pandemia, il confronto a distanza sull’asse Scozia, Spagna e USA. Così è nato “The Other Side Of Make-Believe” in cui temi come la solitudine e l’incertezza dei tempi permeano le storie raccontate da Banks, la cui capacità evocativa del cantato non è messa in discussione. Quello che fa storcere il naso è il non essere più in grado di incarnare lo spirito dei tempi, lo zeitgeist dell’attuale post punk. È complicato conciliare identità con realtà, suoni iconici che sappiano rinnovarsi, andando al di là del loro imporsi all’ascolto come monolitici. Questo nonostante produttori del calibro di Flood e Alan Moulder, la cui mano, comunque, si percepisce: le staffilate granitiche dei pezzi meglio riusciti sono rese più corpose dagli esperti producer.

C’è un timido tentativo di cambio di registro che si percepisce fin dalle prime battute: Toni è sorretta da un piano dall’andamento sincopato che, però, non decolla mai, come del resto Fables, il cui leitmotiv sembra un po’ rabberciato, poco decisive o l’andamento orientaleggiante di Big Shot City. Non mancano brani che ricordano i vecchi fasti – Mr. Credit e Something Changed – o costruiti sulle ceneri di malinconiche melodie come Gran Hotel. Il resto è in continuità con l’anonimato monocorde di lavori precedenti come “Interpol” (2010) o “El Pintor” (2014): non aggiungono nulla in termini di qualità alla discografia della band. Vent’anni dopo, le luci non sembrano più essere così brillanti.

(2022, Matador)

01 Toni
02 Fables
03 Into The Night
04 Mr, Credit
05 Something Changed
06 Renegade Hearts
07 Passenger
08 Greenwich
09 Gran Hotel
10 Big Shot City
11 Go Easy (Palermo)

IN BREVE: 3/5

Danilo Nitride
Nasco a S. Giorgio a Cremano (sì, come Troisi) nel 1989. Cresco e vivo da sempre a Napoli, nel suo centro storico denso di Storia e di storie. Prestato alla legge per professione, dedicato al calcio e alla musica per passione e ossessione.