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Interpol – This Mirror Weighs A Ton

La foto di quei quattro ragazzi conciati come adulti degli anni Cinquanta è ormai sbiadita. Quei capelli impomatati, i doppiopetto da quattro soldi, l’espressione misteriosa. Gli Interpol di venticinque anni fa non esistono più: nel concetto e nell’essenza. Carlos D. se n’è andato da tempo, la formazione si è arricchita di nuovi volti. La salute di Fogarino che ha incasinato le cose, l’ambizione di Banks che le ha articolate. Insomma, tutto liquido, imprevedibile. Come questi tempi. Come New York che ha imparato a guardarsi allo specchio e vedersi diversa, con qualche ruga e l’eyeliner sbavato. Venticinque anni fa l’11 Settembre, una cesura malata per tutti noi, figuriamoci per gli Interpol nati nella polvere stagnante del ground zero.

A New York gli Interpol tornano a registrare dopo la lunga parentesi londinese e chissà che non sia il motivo per cui la luce sia tornata a brillare su di loro. Perché, signori, This Mirror Weighs A Ton (il primo per Partisan Records) è un grande disco e urliamolo forte. Con un titolo che sfoggia forza evocativa quasi naturale, lo “specchio che pesa una tonnellata” è una riflessione sull’identità, sui rapporti, su quello che siamo. Ce lo racconta la title track che, segnatevelo già da ora, è una delle canzoni più belle del post covid (che gran brutto riferimento ma così è). La danza notturna degli strumenti, il coro celestiale di Juliet Seger, la moglie di Banks. Una canzone non d’amore ma sull’amore. “La durezza, e quella sensazione di trasformarci in silenzio” – canta Paul Banks con il suo timbro metallico scintillante.

È la copertina del disco, d’altronde, a introdurci subito nelle camere stagne dei rapporti violati. Gli Interpol scelgono l’opera dell’artista Addie Wagenknecht intitolata “Asymmetric Love Number 2”: una sorta di lampadario orwelliano con vecchi cavi e telecamere a circuito chiuso che realizza plasticamente l’agghiacciante sensazione di aver perso il senso del privato, soprattuto dentro noi stessi. Come in Ever The Actor, una canzone tagliente e sensazionale. Banks che decanta sopra un palcoscenico “(Sono) sempre il solito attore, ho provato a dirtelo, una risposta che non ti piacerà”. Poi nel pezzo arrivano i violini, dei violini miracolosi che bucano il buio. Così come lo buca il pianoforte in Enemy o la voce di Daniel Kessler che si poggia inaspettata in See Out Loud rendendola straniera.

Iron City è il momento incui gli Interpol tornano a raccontare New York dopo tanti anni. Una canzone nervosa, con la batteria marziale di Sam Fogarino e poi docile e poi triste e poi tutto. “Sento il tuo amore, Iron City / Posso costruirti, senti cosa provo per te / Ero qui prima, ora non puoi più usarmi / Ti ho salvato la vita e ti ho lasciata lì, ispirata”. Paul Banks sbatte contro la sua città, gli si avvinghia, ci scopa, la detesta. Sembra di tornare ai tempi Last Exit (da “Antics” del 2004), in cui New York veniva descritta come un cuore di cui far parte (con tutte le complicazioni del caso, naturalmente). Ma c’è anche il fantasma di Lou Reed in quel Central Park avvolto nel cielo plumbeo.

Ci sarebbe molto altro da aggiungere su questa collezione di pezzi di vita: l’estate che è un macigno (come ti capiamo Paul!) in Bird And The Serpent, il cui riff sembra planato da “Turn On The Bright Lights” (2002); la trasfigurazione romantica di Darling Thoughts, la chitarra acustica di So Rides The Reindeer, il fatto che è forse il disco meglio suonato della carriera degli Interpol, sicuramente il più sofisticato. Pregno, nero, denso. Elettrico e docile. Cattivo e fragile. Con quei versi finali che sembrano allo stesso momento un tramonto e un’alba: “I know we’re changing sounds / I know we’re changing now”. Tocca a noi scegliere da quale parte dello specchio stare.

2026 | Partisan

IN BREVE: 4/5