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IST IST – Dagger

Il fatto che gli IST IST vengano da Manchester non è mai stata soltanto una pura e semplice connotazione geografica. La formazione mancuniana, infatti, si è ormai attestata come una delle migliori prove attualmente in circolazione di come quella città e tutto ciò che ha nel suo background artistico riesca a impregnare chi, tra i suoi figli, decida di fare musica. L’estrema prolificità degli IST IST, giunti al quinto lavoro in studio in appena sei anni, ha permesso ai quattro di mettere debitamente a punto la propria formula, una formula che non è chiaramente nulla di particolarmente innovativo, visti i costanti ed evidenti rimandi a quel mondo che parte dagli ovvi Joy Division e arriva a tutta la new wave più sintetica, ma che nel suo essere derivativa è anche estremamente attuale.

Se il gancio più evidente col suddetto mondo è la voce di Adam Houghton, la sua profondità, il suo modo di cantare parlando, è l’estetica DIY che gli IST IST si sono da sempre cuciti addosso a segnare invece la cifra stilistica della loro proposta musicale, un’estetica che in questo Dagger dà uno sguardo più attento al versante industriale del loro mondo di riferimento, facendo il punto su una claustrofobia da sempre nelle loro corde ma qui decisamente più sensibile, declinata com’è tra freddo cemento e stridente acciaio. A partire dal singolo e traccia d’apertura I Am The Fear, che lancia davvero in alto questi IST IST targati 2026.

I refrain contenuti nel disco tirano e tirano molto bene (vedi su tutti Makes No Difference), il che potabilizza gli IST IST rispetto a tante altre formazioni analoghe per ascolti e riferimenti che, invece, puntano più sul fattore sorpresa. Ma a fare la differenza in “Dagger” è la propensione anthemica e melodica dell’intero lavoro che, specie in tracce come Warning Signs e The Echo, dà bene il senso di ciò a cui puntano − o dovrebbero puntare, nel caso non ci avessero già pensato − gli IST IST: grandi platee alternative e aperture di spessore che, prima o poi, arriveranno per forza di cose, perché il modo in cui i quattro lavorano sulle atmosfere (Song For Someone ne è un chiaro esempio) non potrà rimanere troppo a lungo rinchiuso in una nicchia.

Dal punto di vista strumentale, invece, a fare la differenza è ovviamente − e non potrebbe essere altrimenti, perché lo prevedono gli stilemi del genere − la sezione ritmica, con la batteria di Joel Kay sugli scudi nel dettare i tempi arrembanti dell’intero disco, senza dimenticare il basso di Andy Keating che in tracce come Burning e Obligations (qui il synthpop degli IST IST esplode nella sua massima espressività) dà davvero il meglio di sé. Il lavoro ai synth di Mat Peters, poi, sta sempre lì sullo sfondo, mai invadente ma costantemente orientato alle già citate inclinazioni atmosferiche della band.

L’impressione è che gli IST IST, nonostante non abbiano ancora raccolto in termini di pubblico quanto probabilmente avrebbero meritato di raccogliere (ma i loro numeri li stanno comunque facendo), siano una band destinata a fare ancora tanto altro e molto bene, visto il modo in cui sono cresciuti, migliorati e maturati uscita dopo uscita, mettendo sempre più a fuoco gli obiettivi della loro già brillante carriera/discografia. Fino a questo “Dagger” che, ad oggi, ne è sicuramente la miglior evoluzione possibile.

2026 | Kind Violence

IN BREVE: 3,5/5