Home RECENSIONI Kathryn Joseph – Bones You Have Thrown Me And Blood I’ve Spilled

Kathryn Joseph – Bones You Have Thrown Me And Blood I’ve Spilled

bonesyouhavethrownmeandbloodivespilledBuonissimi, gli esordi dell’anno 2015. Alcuni memorabili. Basti pensare a Viet Cong o Algiers, per quanto concerne le band. Basti ricordare Benjamin Clementine o Courtney Barnett, ripiegando sui singoli. E ancora Kamasi Washington, Vince Staples, Wolf Alice: tantissima carne, al fuoco dei migliori ascolti delle quattro stagioni che volgono ormai al termine.

Kathryn Joseph, scozzese di Aberdeen, fa parte della nutrita schiera di preziosissimi newcomers sopra elencati, il cui avvento non può lasciare indifferenti. Una di quelle storie «diverse per gente normale, comuni per gente speciale»: cameriera in un pub della sua cittadina fino ai 40, fino ad ora, fino a Bones You Have Thrown Me And Blood I’ve Spilled, che le vale immediatamente il premio come Scottish Album Of The Year. Una serie di prestigiosi dinieghi alle spalle, da 4AD a Virgin, fino al fallimento in giovane età con la Sanctuary Records che le fa appendere, per così dire, le note al chiodo. Kathryn non smette mai di suonare del tutto, ma lo fa soltanto ad Aberdeen: quando capita, quando vuole. Poi la tragedia. La perdita di un figlio, Joseph, morto per nascita prematura: evento che rimette in moto il suo desiderio di incidere canzoni, facendo suo quel nome e sostituendolo al cognome originario, Sawers. Così nasce Kathryn Joseph. Questa la genesi di un album che, in poco più di mezz’ora, sa fluire con distinto tormento scisso in dieci, piccole gemme che sembrano comporre un unico passo.

La voce della cantautrice, spesso accostata ai prodigi di Joanna Newsom, si accompagna quasi soltanto a un pianoforte continuo, che ben sembra mostrare la ritualità di un’opera che ha in sé una certa tendenza alla costruzione del sacrario, nella sua austera e scenografica impalcatura. Release volontariamente priva di colpi di coda, “Bones You Have Thrown Me And Blood I’ve Spilled” è uno splendido corpo di songwriting marmoreo, oscuro, incapace di librarsi sul vibrato di brani come The Blood, The Outtakes o The Good, sui bellissimi sospiri cuciti addosso a The Crow. Ma capacissimo, nel suo liquido adagiarsi sull’elaborazione del lutto, di restituire quella luce sovente visibile solo al passaggio della notte. «Storia comune – cantava appunto quel tale – per gente speciale».

(2015, Hits The Fun)

01 The Bird
02 The Blood
03 The Want
04 The Why, What Baby?
05 The Outtakes
06 The Bone
07 The Crow
08 The Mouth
09 The Good
10 The Weary

IN BREVE: 3,5/5

Michele Leonardi è nato. Vive, persino; da qualche parte. Per il resto, si affida momentaneamente a Sereni: “Nulla nessuno in nessun luogo mai”.