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Keaton Henson – Birthdays

Uomo dal multiforme ingegno, Keaton Henson. Meglio dire: giovane uomo. Classe ’88, un acclamato esordio discografico alle spalle, una silloge di poesie in fase di stampa e una carriera da illustratore già più che ben avviata. Mica male, direte; dov’è la fregatura? Nessuna fregatura, neanche l’ombra. Il ragazzo è proprio bravo, e c’è da scommettere che questo Birthdays sia il giro di boa tanto atteso. D’altro canto, lui i mezzi ce li ha messi tutti: “ho lavorato molto e credo che questo significhi qualcosa”, leggi a chiare lettere sulla sua homepage. Vero, verissimo. C’è parecchio lavoro dietro il secondo album del cantautore londinese: lavoro che coinvolge le sonorità e la persona, lavoro catartico, quasi psicanalitico.

Il precedente “Dear” era stato registrato in casa, a pochi passi dall’aeroporto di Heathrow, tra una partenza e un atterraggio. Scarno, essenziale, grezzo: poco altro che non fosse chitarra e voce, la magnifica testimonianza self-made d’un talento cristallino. Era un bel libro di fotografie in analogico, “Dear”. Forse non tutte perfettamente a fuoco. Forse alcune sottoesposte ed altre sovraesposte. Ma bello, perché ne avvertivi l’urgenza, il timido tremore del giudizio e l’implacabile necessità d’un soffio. Sia chiaro: non è questo che manca, in “Birthdays”. Non c’è proprio niente che manchi, a dire il vero. Semmai c’è qualcosa di troppo, qualcosa di cui non si sentiva il bisogno e che stona, inevitabilmente, col resto.

Per registrarlo, Keaton ha raggiunto il produttore Joe Chiccarelli (The Strokes, Tori Amos, U2) in quel di Hollywood, LA. Un passo abbastanza lungo, per uno che assai difficilmente abbandona i suburbs della capitale britannica. Un passo ancora più lungo se si considera la proverbiale timidezza del nostro, ai limiti d’una ancestrale ritrosia che ha messo a serio repentaglio, più volte, una qualsiasi pubblicazione a suo nome. Un passo che, ascoltando i primi minuti del disco, si direbbe aver pagato – eccome. Il fragilissimo arpeggio di Teach Me giunge all’amara rassegnazione della splendida 10am Gare du Nord (“This is the world as I see it now / turns out that nothing is fair / you can leave me if you wish my love / but I’m not going anywhere”), in un implacabile climax che attraverso la bellissima You ormeggia infine la pietra più luminosa dell’opera: Lying To You.

Pulizia del suono e cura del dettaglio sono tangibilmente un’arma in più per la sehnsucht hensoniana, che trova maggior flessibilità nella delicata The Best Today, il cui discreto rullante non infastidisce ma lascia presagire, in qualche modo, le sole vere debolezze dell’album, pronte a far fuoco dietro l’angolo. Se il patinato feu d’artifice elettrico di Don’t Swim infastidisce già col suo acre odore di polvere da sparo, la successiva Kronos è un tentativo quasi velleitario d’incarognire in modo assai telefonato un sentimento lirico che avrebbe meglio reso per altre vie. Beekeeper, a questo punto, altro non è che un ponte sconnesso verso la ritrovata grazia dell’incantevole Sweetheart, What Have You Done To Us (“If all you wanted was songs for you / here goes, after all that you put me through / here’s one for you”) fino alla conclusiva, meravigliosa In The Morning.

Lungi dal voler anche lontanamente mettere in discussione le doti innegabili d’un fuoriclasse in erba, gli rimproveriamo senza remora un’esuberanza poco vantaggiosa. Bene volersi servire d’una catena di montaggio che si adegui alla propria statura creativa, male lasciarsi intrappolare dalla stessa, cedendo alla facilissima lusinga d’un rococò che poco serve e molto lede. Deve soltanto lavorare sull’esposizione e la messa a fuoco, Keaton Henson. Non ha bisogno d’altro. Che lo faccia in analogico o digitale poco importa, ciò che importa è che non viaggi mai col pilota automatico. Che non si lasci sedurre dal fotoritocco, che non faccia abuso di Photoshop et similia. Che sappia scindere ciò che è utile da ciò che è superfluo. Che sappia bene amministrare le sue capacità. Perché sono parecchie. E coi riflettori puntati addosso, è facile sentirsi Cartier-Bresson persino scattando con Instagram.

(2013, Oak Ten)

01 Teach Me
02 10am Gare Du Nord
03 You
04 Lying To You
05 The Best Today
06 Don’t Swim
07 Kronos
08 Beekeeper
09 Sweetheart, What Have You Done To Us
10 In The Morning

Michele Leonardi è nato. Vive, persino; da qualche parte. Per il resto, si affida momentaneamente a Sereni: “Nulla nessuno in nessun luogo mai”.