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Keo – Put A Smile On For Me

C’è sempre un motivo quando la reputazione live di una band finisce addirittura per precederne il debutto discografico, non è mai casuale e non è mai solo merito del buon lavoro di un ufficio stampa. Nel caso dei Keo, i loro live a detta di tutti incendiari li hanno resi un piccolo caso nel Regno Unito, nonostante avessero pubblicato fino a questo momento solo l’EP “Siren” (2025), che gli è comunque valso una marea di date sold out anche in location piuttosto capienti. I quattro londinesi, i fratelli Finn e Conor Keogh (rispettivamente voce e chitarra e basso, in realtà nati in Irlanda ma cresciuti a Londra), Jimmy Lanwern (chitarra) e Oli Spackman (batteria), arrivano adesso al loro esordio sulla lunga distanza con una manciate di tracce che per larga parte hanno già eseguito dal vivo durante le suddette date, quindi materiale noto a un pubblico che ha iniziato ad apprezzarli ben prima che ci fossero dei solchi su cui accanire le proprie puntine. Ma è chiaro che ritrovarsi tutto condensato e in sequenza fa un effetto diverso e, soprattutto, rende meglio l’idea di chi e cosa sono questi Keo.

La tensione è la caratteristica decisiva di Put A Smile On For Me: quella del singolo That’s Me con le sue esplosioni, Fly con quel finale scrosciante e il forte sapore post grunge (definizione spesso usata per incasellare i Keo ma che, nella sostanza, non ci sembra del tutto calzante), Loser con la sua drammaticità serpeggiante, ma è una tensione costante anche quando il disco rallenta un attimo, come in Best I Can Do e Bird On The Wire, che dietro ritmi più dilatati nascondono una rabbia palpabile. Questo perché “Put A Smile On For Me” è un disco profondamente chitarristico e spigoloso (vedi Pistol che fa benissimo la sua parte), dove appunto la rabbia e la tensione sono la colonna sonora di una cupa introspezione che per Finn Keogh diventa spesso e volentieri autoflagellazione, tra rimpianti e sensi di colpa che gli invadono la testa e la voce.

Però non è tutto oro quello che luccica in “Put A Smile On For Me”, visto che diversi passaggi del disco suonano infatti parecchio sentiti, e non soltanto perché il genere è quello e pesca inevitabilmente a piene mani negli anni ’90: Be Happy ad esempio apre l’album sulla scia della “The Bends” dei Radiohead, la già citata That’s Me ha una melodia che ricorda tanto la “All Along The Watchtower” rifatta da Jimi Hendrix, Spent On You guarda invece agli Smashing Pumpkins di “Spaceboy”, più altra roba sparsa qua e là che spesso coglie impreparati, aperture à la Nothing But Thieves, certe abrasioni di casa Wunderhorse e a volte persino un piglio vicino a Sam Fender. Insomma, tutte gran belle reference, non c’è che dire, ma l’effetto complessivo perde così un po’ del suo impatto e giunti alla fine della tracklist tutto ciò risulta evidente.

Ma il temibile effetto imitazione i Keo riescono a scongiurarlo con una certa abilità, col carattere del proprio sound, con la voce di Finn Keogh che sa gestire bene le varie emozioni presenti all’interno del disco facendole proprie e, soprattutto, con refrain sparati al massimo, spesso dalla chiara impostazione britpop per il vento che gli soffia dentro aprendoli, che fanno tutta la differenza del caso in un album che è ruvido, crudo e sporco ma che al tempo stesso presenta evidenti ambizioni da grandi platee. Che arriveranno, non potranno che arrivare viste le premesse e i risultati già ottenuti con i loro primi tour.

2026 | Island

IN BREVE: 3/5