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Kings Of Leon – When You See Yourself

A volte occorre davvero fare uno sforzo per comprendere − e magari finire per apprezzare − certe band, quelle che non spostano di una virgola gli equilibri tanto del loro quanto del nostro mondo, quelle che si sono date delle coordinate e le seguono per tutta la loro vita senza neanche un minimo ricalcolo del percorso. Spesso queste band sono anche quelle sulle quali è nonostante tutto complicato sputare veleno, perché il loro lo fanno bene, puntuali, precise come un orologio svizzero, inattaccabili dal punto di vista del puro e semplice “confezionamento”. Quel clan della famiglia Followill che risponde al nome di Kings Of Leon è tra queste band, ormai in giro da una ventina d’anni trascorsi tra hit a lunga conservazione e un occhio sempre attento alle arene di mezzo mondo.

Cos’è, allora, che può fare davvero la differenza in lavori come quelli che band come i Kings Of Leon licenziano periodicamente? La differenza la fa innanzitutto il suono e When You See Yourself, il loro ottavo album, da questo punto di vista è − bisogna ammetterlo − una coperta calda e avvolgente come non se ne trovano tantissime in circolazione. La produzione del disco, affidata a Markus Dravs (che, tra gli altri, ha curato i primi due album dei Mumford & Sons, un’altra delle band di cui sopra), regala al disco una leggerezza d’ascolto, una piacevolezza sottile e analogica che di per sé è già un grosso punto a favore, a prescindere dalla scrittura stessa delle undici tracce in esso contenute.

E la tracklist, che come prevedibile non presenta chissà quali sorprese, prosegue su quel percorso di maturazione che ha portato i Kings Of Leon a diventare, dopo esordi in cui erano stati vestiti da new sensation dell’indie rock, una realtà attuale e solida di quell’anthem rock venato di blues e sfumature southern che sull’altra sponda dell’Atlantico va per la maggiore. In questo senso il singolo The Bandit fa il suo sporco lavoro sulla scia dei predecessori, così come la progressione dell’altra anticipazione Echoing e il piano rarefatto di A Wave e della conclusiva Fairytale. Ma è Time In Disguise l’highlight dell’album, col suo incedere trasognato, l’atmosfera intima (che è la caratteristica principale e vera novità dell’intero disco), le chitarre in primo piano ma mai troppo marcate, la sezione ritmica cadenzata e l’intensa performance vocale di Caleb Followill.

In definitiva, senza “When You See Yourself” le nostre vite non avrebbero perso chissà quale folgorazione, il nostro mondo non ne avrebbe affatto risentito e anche adesso che il disco è qui la valutazione complessiva sui Kings Of Leon non subisce oscillazioni né in un senso né nell’altro… ma visto che c’è, tanto vale regalargli uno o più − perché diventeranno più, credeteci sulla parola − ascolti, ché di questi tempi tribolati una carezza in più o in meno può fare, quella sì, tutta la differenza del mondo.

(2021, RCA)

01 When You See Yourself, Are You Far Away
02 The Bandit
03 100,000 People
04 Stormy Weather
05 A Wave
06 Golden Restless Age
07 Time In Disguise
08 Supermarket
09 Claire And Eddie
10 Echoing
11 Fairytale

IN BREVE: 3/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.