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Krononaut – S/T

Uno dei dischi più interessanti per quello che riguarda la musica jazz contemporanea e sperimentale di quest’anno esce per la Glitterbeat, etichetta centrata per lo più su sonorità provenienti dal continente africano, oppure variamente dal Sud America e da tutta quella parte di mondo che va dai Balcani fino al Pakistan. Ovviamente non è la prima volta che la label “sconfina” (tra virgolette, chiaro) in un territorio come quello del jazz sperimentale: basti pensare semplicemente a “Rose Golden Doorways” dei Pulled By Magnets di Seb Rochford, uscito lo scorso Febbraio e che come questo progetto affonda le sue radici nella scena jazz sperimentale londinese.

Loro sono i Krononaut, un nuovo ensemble capitanato dal chitarrista e producer Leo Abrahams (già collaboratore tra gli altri di Brian Eno, Imogen Heap, Jon Hopkins) e dal batterista Martin France. Il disco, eponimo, è stato realizzato con una serie di collaboratori giganteschi, che vantano esperienze importanti nel mondo della musica jazz sperimentale e il cui contributo non si limita solo all’essere dei meri esecutori di quello che potrebbe essere un semplice spartito.

Le registrazioni in effetti si sono tenute nel corso di due sessioni e con due formazioni diverse: nella prima ha preso parte il bassista Shahzad Ismaily (Tom Waits, Laurie Anderson, Marc Ribot), la cui attitudine contamina in maniera incisiva il contenuto di tracce come Jena, Leaving Alhambra, Visions Of The Cross ed Examen, tutte realizzate con il contributo altrettanto determinante dello svedese Alve Henriksen, brani che ci calano in una dimensione prossima a quella del “quarto mondo” di Jon Hassell. Molto interessante Examen (con Matana Roberts al sax), dove la free-form costruita principalmente sulla chitarra di Abrahams e la batteria di Martin France rimanda tanto a alcuni lavori di Shabaka Hutchings, come a momenti di minimalismo free-form anni Sessanta di carattere cerebrale. In questo senso vanno anche pezzi come Mob Kindu, il thrilling di Power Law, le suggestioni sotterranee di Cold Blood (sempre con Arve Henriksen alla tromba) dove al basso troviamo invece Tim Harries, collaboratore abituale di June Tabor e ancora di David Byrne e Brian Eno.

Per la verità Abrahams ha voluto menzionare come punto di riferimento Morton Feldman (1926-1987), compositore statunitense minimalista vicino a John Cage e parte attiva di una scena intellettuale newyorkese particolarmente fervida (Samuel Beckett, Jackson Pollock, Martk Rothko). Parliamo di composizioni strutturaliste, dove la struttura è intesa per essere de-strutturata (mi si perdoni il gioco di parole), assolutamente non convenzionali e che lasciano ampio spazio agli interpreti nella esecuzione della partitura. Pezzi come Convocation oppure Wealth Of Nations (ancora con Matana Roberts al sax) rendono alla perfezione l’approccio concettuale alla composizione e l’esecuzione.

In definitiva Krononaut è un album che ha comunque una propria identità ben definita e dove il suono, nonostante le registrazioni in due sessioni differenti (anche grazie alle grandi capacità di Abrahams come producer) va tutto in una stessa direzione, assume multiformi suggestioni notturne e richiama uno spiritualismo fluido, che è attitudine invece che cieca fedeltà a un grande piano, che comunque c’è, ma che si lascia interpretare liberamente in una maniera armoniosa e leggera da dei musicisti che sono a dir poco eccellenti. In breve, uno dei dischi migliori dell’anno.

(2020, Glitterbeat)

01 Jena
02 Mob Kindu
03 Leaving Alhambra
04 Location 14
05 Power Law
06 Cold Blood
07 Visions Of The Cross
08 Wealth Of Nations
09 Examen
10 Convocation

IN BREVE: 4/5

Emiliano D'Aniello
Sono nato nel 1984. Internazionalista, socialista, democratico, sostenitore dei diritti civili. Ho una particolare devozione per Anton Newcombe e i Brian Jonestown Massacre. Scrivo, ho un mio progetto musicale e prima o poi finirò qualche cosa da lasciare ai posteri. Amo la fantascienza e la storia dell'evoluzione del genere umano. Tifo Inter.