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Lay Llamas – Thuban

Nicola Giunta, adesso unico titolare del progetto Lay Llamas (una volta condiviso con Gioele Valenti aka JuJu), propone ancora una volta un tema concettuale suggestivo che ci rimanda ai fondamenti ancestrali della scienza astronomica, quando questa era ancora tutt’uno con l’astrologia e costituiva strumento di conoscenza e di potere.

Se con “Ostro” (2014) andava alla ricerca di una popolazione antica e misteriosa scomparsa improvvisamente nel nulla, qui la meta ideale è concreta quanto allo stesso tempo inafferrabile: il “basilisco”, la stella Alpha Draconis che per millenni ha costituito quella che la civiltà umana considerava come stella polare. Ma le congiunzioni astrali, come la natura umana, sono mutevoli e come ogni oggetto celeste queste seguono una loro processione rituale e anche quando le cose appaiono immobili oppure definitivamente scomparse alla nostra vista, esse ritornano uguali come prima eppure allo stesso tempo diverse.

Thuban è un lavoro dove i contenuti di natura personale si mescolano a quelli di scottante attualità (come non considerare le vicende relative la nave Aquarius) che Nicola, nato e cresciuto in Sicilia, sente in qualche maniera sulla sua stessa pelle. Il Sud Italia è la porta principale dell’Europa per le persone che provengono da Africa, Asia, Medio Oriente, un flusso migratorio che non può essere arrestato e che determinerà il futuro del nostro continente e del mondo intero, rinnovandone la storia con quella contaminazione e intreccio di differenti culture che da sempre ha costituito la base dell’evoluzione.

In questa ottica possiamo definire come esatta la definizione di world music: il sound tipicamente psichedelico e le ossessioni kraut qui si arricchiscono di sapori che hanno provenienze culturali e geografiche differenti. Si va da rimandi a David Sylvian e i Japan (Eye-Chest People’s Dance Ritual) ai groove afrobeat di Holy Worms e ai tribalismi impazziti di Altair; lo space sound ossessivo del singolo Silver Sun; incontri trasversali tra Jon Hassell e Miles Davis (Cults And Rites From The Black Cliff); il dub trance psichedelico di Fight Fire With Fire (con la collaborazione di Mark Stewart, guest del disco assieme ai Clinic e Capra Informis dei Goat) e lo sciamanesimo di Chronicles From The Fourth Planet e Coffins On The Tree, A Black Braid On Our Way To Home.

Proprio Jon Hassell (paragone impegnativo, ma il coraggio va premiato) coniò relativamente alla propria musica la definizione “quarto mondo”, la stessa che dalla fine del XX secolo viene attribuita a quei paesi in cui la popolazione vive mediamente con meno di un dollaro al giorno. Ma il musicista e compositore di Memphis, Tennessee si riferiva invece a una musica primitiva e allo stesso tempo futuristica, che nasceva dalla combinazione di musica etnica e sperimentazione elettronica: qualcosa continuamente in divenire, proprio come la storia dell’essere umano e l’evoluzione del nostro sistema sociale. La stessa musica di “Thuban”, quella di un tempo che non è ancora stato scritto e in cui l’unico mondo possibile è uno e solo uno, prescindendo da qualsiasi tipo di barriera e limitazione.

(2018, Rocket)

01 Eye-Chest People’s Dance Ritual
02 Holy Worms
03 Silver Sun
04 Cults and Rites From The Black Cliff (feat. Clinic)
05 Altair (feat. Goat)
06 Fight Fire With Fire (feat. Mark Stewart)
07 Chronicles From The Fourth Planet
08 Coffins On The Tree, A Black Braid On Our Way To Home

IN BREVE: 4/5

Emiliano D'Aniello
Sono nato nel 1984. Internazionalista, socialista, democratico, sostenitore dei diritti civili. Ho una particolare devozione per Anton Newcombe e i Brian Jonestown Massacre. Scrivo, ho un mio progetto musicale e prima o poi finirò qualche cosa da lasciare ai posteri. Amo la fantascienza e la storia dell'evoluzione del genere umano. Tifo Inter.