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Mandy, Indiana – URGH

Se avete avuto la fortuna di assistere a una performance dei Mandy, Indiana sapete perfettamente quanto la loro proposta sonora sia aderente ai tempi bui, tristi, pericolosi ed estremamente confusi che stiamo vivendo. Il noise che incontra la techno, l’industrial che si fa arma bianca con cui assaltare la drammatica realtà che ci circonda, l’elettronica che ti fa dimenare non come fosse una danza ma piuttosto convulsioni. Insomma, a prescindere dall’aver apprezzato o meno “i’ve seen a way”, il loro annichilente esordio del 2023, basterebbe averli visti all’opera su un palco per rendersi conto di quanto questa formazione anglo-francese sia una delle cose più interessanti in circolazione. Non è dunque un caso che un’etichetta dall’occhio lungo come la Sacred Bones li abbia ingaggiati e non è affatto un caso che i Mandy, Indiana, dal canto loro, abbiano alzato ulteriormente l’asticella della propria produzione con questo URGH, loro secondo lavoro sulla lunga distanza.

Se “i’ve seen a way” ci aveva presentato una band dannatamente in grado di mischiare tutto quello che abbiamo detto poco sopra, lasciando pochissimi spazi ad aperture melodiche comunque al servizio dell’arrembaggio in corso, con “URGH” i quattro raggiungono un incastro ancora più convincente. Ed è più convincente in primis perché è salita di livello la produzione del disco, che qui è più rotonda e al tempo stesso penetrante, ogni elemento s’incastra alla perfezione con gli altri in un avvolgente moto circolare e l’intera tracklist precipita così lungo uno scosceso e deprimente crinale rumoristico. Nel mezzo, Valentine Caulfield sputa fuori una sequenza di orrori personali e collettivi, con una rabbia e una violenza non troppo comuni che stridono fortissimo con la lingua francese da lei utilizzata, acuendo se possibile l’impatto disturbante. Le violenze sessuali, il mondo sull’orlo del collasso, i cortocircuiti sociali che ci stanno mandando i cervelli in pappa, le ingiustizie girato ogni santo angolo, tutto maciullato nel tritacarne di un noise-club brutale.

Inizia Sevastopol col suo basso industriale, il vocoder che filtra fino a rendere irriconoscibile la voce di Caulfield; poi ci sono Magazine che è come se Michael Gira avesse d’un tratto deciso di dedicarsi all’EBM, ist halt so che fa un mischione di ritmiche funk, noise e travolgente clubbing, Cursive che si perde in un gorgo percussivo tribaleggiante, Sicko! in cui tutto si condensa con l’apporto di Billy Woods, per un pezzo di rap futuristico e post apocalittico. Fino al finale con I’ll Ask Her, un disturbante punk 3.0 dove Caulfield canta per la prima volta in inglese, forse per farsi comprendere il più trasversalmente possibile, visto il modo urgente e violento con cui si scaglia contro la mascolinità tossica e la cultura dello stupro (da lei stessa subita e cui qui reagisce con forza).

“URGH” colpisce duro e dritto alla bocca dello stomaco, non solo per la musica decisamente disturbante e poco incline a qualsivoglia categorizzazione di sorta, non solo per i testi crudi e diretti come pochi altri in circolazione: è l’insieme che funziona terribilmente bene, è Valentine Caulfield che parla/canta come se ogni brano la tocchi personalmente (e così è, infatti). Tracce che sono architetture sonore da fine del mondo, soundtrack di un pianeta sul punto di non ritorno o più probabilmente già oltre, il respiro affannoso di un’umanità colpita, ferita a morte e lasciata lì agonizzante. Per dirla in modo banale, “URGH” è un grandissimo disco e dubitiamo si smetterà di parlarne così presto.

2026 | Sacred Bones

IN BREVE: 4,5/5