Home RECENSIONI Mary In The Junkyard – Role Model Hermit

Mary In The Junkyard – Role Model Hermit

Se c’è una cosa certa, riguardo la musica dei giovanissimi londinesi Mary In The Junkyard, è come si tratti di una proposta dalla difficile classificazione. Che è un po’ la direzione di tutte le nuove band che, per un motivo o per un altro, periodicamente saltano all’orecchio di molti: ibridazioni, mischioni controllati, bisettrici che si capisce da dove partono ma, quasi mai, si sa dove finiscono o dove potrebbero finire. Non sono certo una novità i Mary In The Junkyard, ma pochissimi suonano come loro o hanno suonato come loro alla loro età, ci senti dentro tanto di altri ma alla fine in giro ci sono solo loro tre a fare questa roba qui in questo modo. Clari Freeman-Taylor (voce e chitarra), Saya Barbaglia (basso e violino) e David Addison (batteria) sanno come sfruttare a loro vantaggio la miriade di spunti e intuizioni da cui sono investiti quotidianamente (come tutti noi del resto, solo che loro poi sanno tirarci fuori qualcosa di buono), è chiaro.

E infatti nonostante il melting pot di Role Model Hermit, tutto alla fine dei trequarti d’ora di durata del disco risulta coerente e ben incastrato, conclusione non scontata vista la varietà di spunti messa in campo dalla band: ci sono il minimalismo di Mantra III, che apre il disco con il suo andamento sciamanico, e la sei corde incisiva di Seek And Destroy (ovviamente non c’entrano nulla i Metallica, anche se si tratta del brano più spinto della tracklist); ci sono il trip hop svagato di New Muscles e il folk un po’ sbilenco di Myrtl (in forte quota Big Thief, che sono un po’ un riferimento ricorrente dei Mary In The Junkyard); ci sono gli archi che innervano il singolo Crash Landing dandogli una fumosa forma dreamy e l’acustica malinconica di Candelabra; c’è la conclusiva Mouse che si perde in divagazioni strumentali. C’è, in aggiunta a tutto ciò, la voce di Freeman-Taylor, che aiuta il disco e la band ad essere cangianti come vorrebbero essere, visto il modo decisamente sciolto in cui passa da un registro all’altro senza particolari scossoni, con sussurri e grida (per quanto si possano definire tali), dolcezza e rabbia adolescenziale, che si fondono tra loro in un mix convincente per larga parte del disco.

In questo “Role Model Hermit” ci sono soprattutto maturità, eclettismo e identità, ben più di quelli che ti aspetteresti da musicisti/ragazzi della loro età. Questo è evidente. Così com’è evidente che i tre sanno perfettamente − o magari danno solo l’impressione di saperlo, ma la danno in modo convincente − in che direzione dovrà andare il loro progetto sonoro congiunto. A piccoli passi i Mary In The Junkyard funzioneranno ancora e sempre di più, perché è questo che il mondo dell’odierno alt/art/rock richiede ed è questo ciò che la formazione londinese dà con questo esordio sulla lunga distanza. Promossi.

2026 | AMF

IN BREVE: 3,5/5