
È chiaro come negli ultimi tempi la storia dei Mastodon sia stata a un passo dal vedere la parola fine. Prima l’uscita di scena di Brent Hinds per “divergenze artistiche” a inizio 2025, divergenze che lo stesso Hinds avrebbe poi sintetizzato parlando della sua ormai ex casa come di una “band di merda con esseri umani orribili”. Poi, pochi mesi dopo l’addio alla band, la sua tragica scomparsa, vittima di un incidente stradale a bordo della sua Harley-Davidson: una drammatica e definitiva parola fine su un rapporto che magari le parti in causa avrebbero potuto provare a ricucire. Immaginiamo non sconvolgimenti da poco, non assenze da poco, non rimorsi e rimpianti da poco per Troy Sanders, Brann Dailor e Bill Kelliher, che sono rimasti a sorreggere il mammifero preistorico nella bufera. Quindi è già un mezzo miracolo averli ancora qui come band, anche se Marrow Deep non è esattamente ciò che ci saremmo aspettati da loro, né tantomeno il meglio che la formazione georgiana può dare.
Il primo passo per Sanders, Dailor e Kelliher è stato ovviamente quello di ricostruire numericamente la band, quindi ecco arrivare in loro soccorso Nick Johnston alla chitarra e João Nogueira alle tastiere (innesto questo tutt’altro che di poco conto nell’economia dell’intero album, visto che accentua la componente prog da sempre nelle corde dei Mastodon), a completare una formazione ridotta a pezzi. Inevitabilmente il fulcro concettuale dell’intero disco sta tutto nell’assenza di Brent Hinds (emblematica in tal senso Your Ghost Again, al di là ovviamente del titolo del pezzo), nel modo in cui i tre superstiti hanno provato e stanno ancora provando a fare i conti con il loro dolore irrisolto, tutte tematiche già affrontate dai tre nel cortometraggio “The Mastodon In The Room” di cui “Marrow Deep” è quindi una sorta di gemello sonoro.
Di situazioni positive il disco ne ha comunque: in Snakes For Dinner, ad esempio, la band si lascia andare ad apprezzabili derive thrash, in un pezzo impreziosito dai cori affidati niente poco di meno che a Josh Homme. Una collaborazione non banale che fa il paio con le molteplici altre presenti nel disco (date una sbirciata ai credits per scoprire i tanti nomi chiamati in causa e sparsi qua e là, ma vi anticipiamo Nate Newton dei Converge, Randy Blythe dei Lamb Of God e Neil Fallon dei Clutch), tra cui quella con Geezer Butler dei Black Sabbath che presta il suo inconfondibile tocco al basso in The Vanishing, che è anche uno dei momenti migliori dell’album grazie allo splendido lavoro alle tastiere di Nogueira e al mood psichedelico à la “Planet Caravan” che rende ulteriormente omaggio alla presenza di Butler. E poi Moth And Bone che è incentrata su venature jazz e In The Ruins che fa a pugni col doom, uniche vere sensibili variazioni sul tema di un disco altrimenti piuttosto convenzionale nei canoni della band di Atlanta.
Ma in definitiva quello che hanno fatto i Mastodon di questo nuovo obbligato corso è stato andare a parare su territori noti, senza assumersi nessuno di quei rischi che una band della loro caratura, della loro esperienza e con la loro discografia alle spalle deve necessariamente assumersi, pena una preoccupante ripetitività. Che infatti è puntualmente arrivata, con larga parte del disco che non presenta guizzi particolarmente degni di nota, perdendosi piuttosto in un mare di rimandi e riferimenti ai momenti migliori della discografia della band (già dallo sludge dell’iniziale Barbarians Blood). Una scelta forse inconscia e necessaria, a tratti comprensibile nel caso fosse deliberata, un po’ un porto sicuro in cui rifugiarsi durante la tempesta per Sanders, Dailor e Kelliher, alle prese con una transizione che vedremo dove andrà a parare. Ma, dal punto di vista nostro, un po’ troppo poco se il nome in copertina è quello dei Mastodon.
2026 | Loma Vista
IN BREVE: 3/5



