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Muse – The Wow! Signal

Verso la metà dei Noughties (il primo decennio dei 2000), una folta e rumorosa moltitudine ci ammorbava con quanto straordinari fossero i Muse, questi ragazzi inglesi che nel 1999 si misero al servizio di quel pubblico che voleva che i Radiohead ripetessero per sempre “The Bends”, ogni volta aumentando il volume e la pomposità fino a toccare il ridicolo, fino a fare sembrare i Queen una versione particolarmente sobria di Nick Drake. Nel corso degli anni, se vuole Iddio, la fandom di Bellamy e soci si è andata ammorbidendo, complice un declino riconoscibile persino dai più solidi dei sostenitori, iniziato con “The 2nd Law” (2012) e arrivato al capolinea con il terrificante “Will Of The People” (2022), parzialmente venduto come ritorno alle origini ma, onestamente, un mappazzone esasperante ed esasperato, scritto male e carico di troppo (e qui stiamo parlando dei Muse, cazzo, quindi questo vuole realmente dire qualcosa).

Invero, è The Wow! Signal che può essere visto come un ritorno alle origini. Anzi, ad essere precisi, un ritorno a quella gloriosa epica epoca nella quale i Muse dominavano il mondo: platino, multiplatino, stadi, stardom e persino la critica – storicamente spocchiosa rispetto alle band con una combinazione simile di espressione musicale sopra le righe e successo commerciale – che sembrava gradire sufficientemente “Plug In Baby” o “Supermassive Black Hole”.

Oggi come allora, le composizioni sono estremamente pacchiane, sature, rigonfie come un pannello di truciolato in una cantina allagata: un’imitazione dei Justice con una grande linea di basso, voce in falsetto, un’orchestra di non so quanti diavolo di elementi e un coro di bambini (tra cui Lovella Bellamy, figlia di Matt e dell’ormai ex moglie Elle Evans) con un testo che parla di una “Superstar del turno di notte”? Per Diana, certamente! Una sorta di remake di “Knights Of Cydonia” che al coro dei bambini aggiunge il cazzo di Crouch End Festival Chorus e che ha letteralmente un refrain in latino (concluso in greco, per qualche ragione): “Sanctus, signum / Dominus, Deus / Cometa, altissimus / Currus, machina / Navis, Lucifer / Kyrie Eleison”. Ma naturalmente, cazzo! Evviva! Laudato si Matthee!

Sono tanti i casi nei quali una band dalla carriera lunga e di successo ha presentato il proprio album di “ritorno ai bei vecchi tempi” e, in larghissima parte, il “ritorno ai bei vecchi tempi” è semplicemente un tentativo maldestro di bocciare i tentativi di cambiamento sgraditi al pubblico (a volte in maniera assolutamente demenziale, ad esempio gli U2 che dall’ottimo “Pop” del ‘97 passarono al terrificante ma consueto “All That You Can’t Leave Behind” nel 200). Una mezza tragedia musicale che però viene passata per buona grazie allo star power. Nel caso dei Muse non è invece assolutamente così: al netto di un Bellamy vocalmente forse un po’ meno efficace del passato, “The Wow! Signal” ha tutto ciò che in passato gli riusciva e piaceva al pubblico. Non solo: riesce anche nell’obiettivo di integrare qualche parte elettronica (come vista ad esempio in “The 2nd Law”) con buon successo come in Hexagons.

E allora dicci, signor critico recensore, è forse questo un album fantastico? Buon Dio, assolutamente no! Un insostenibile calderone di cliché rock senza ritegno, che ti lascia ubriaco e intontito già neanche a metà dei quarantacinque minuti di durata dell’album (che sono comunque più dignitosi dei sessanta circa del passato), con testi cialtronescamente sci-fi/filosofici e nei quali i riff si perdono, annegati in un mare di pomp and circumstance. Il peccato è che i riff siano talvolta di fattura anche pregevole, come nell’ultimo dei sei singoli Hush, nel quale un duetto con Ellie Goulding risulta anche la prima volta in carriera in cui Bellamy condivide la parte vocale.

A volte è facile deridere i Muse e sarebbe assurdo far finta che questa, realmente, sia buona musica. Ma è pur vero che la solidissima fanbase li apprezza come fossero i messia. E allora è giusto mettere i puntini sulle “i”: se quello stile debordante di “Black Holes And Revelations” (2006) o “Absolution” (2003) è la vostra tazza di tè, godetevela, perché i Muse sono realmente tornati. Niente più cazzate o esperimenti, sono tornati i vostri beniamini. Per tutti gli altri, girate al largo, sono tornati i Muse, e in quarantacinque minuti di cori, latino, falsetti, orchestre, riff, spazio e assoli vi ritroverete con un familiare, quanto indesiderato, mal di testa.

2026 | Warner

IN BREVE: 2/5

Nicola Corsaro
Reverendo Dudeista, collezionista ossessivo compulsivo, avvocato fallito, musicista fallito. Ha vissuto cento vite, nessuna delle quali interessante. Scrive per Il Cibicida da un numero imprecisato di anni che sarebbe precisato se solo sapesse contare.