
Non può certo dirsi che gli Opus Kink da Brighton non ponderino bene le loro scelte, visto che pur essendo in giro ormai da un bel po’ di anni sono arrivati solo adesso a questo The Sweet Goodbye, il loro primo lavoro sulla lunga distanza figlio di una gestazione quasi decennale, con nel mezzo un po’ di singoli, un paio di EP e una marea di concerti in giro per il Regno Unito che hanno contribuito a far crescere il loro piccolo culto. E mentre gli Opus Kink se la sono presa comoda, dimenticandosi colpevolmente di battere un ferro che era stato caldo (le attenzioni giuste le avevano attirate eccome, salvo poi perderne un po’ a causa di un certo immobilismo), il loro mondo di riferimento è andato avanti in modo velocissimo, sono nate, cresciute e salite agli onori delle cronache musicali decine di altre formazioni (un nome su tutti gli Yard Act, citati non a caso) che hanno le mani in pasta in quell’arzigogolato mondo che è il post punk, cui ovviamente appartengono loro stessi.
Le peculiarità degli Opus Kink sono rimaste però intatte, nonostante la dilatazione dei tempi di realizzazione di questo esordio e nonostante nel frattempo tanti altri le abbiano sviluppate a modo loro e al posto loro: parliamo ovviamente delle venature jazz dettate dal sax ricorrente nella musica del sestetto inglese (e semplicemente lisergico nelle trame notturne di Peckham Nocturne), che sono un tratto distintivo ben più forte degli ovvi rimandi alla new wave tutta. Le atmosfere notturne che pervadono l’intero disco trovano chiari riferimenti nei Birthday Party prima e nei Bad Seeds poi, un’eleganza decadente e sfatta dalla vita che Angus Rogers, istrionica voce degli Opus Kink, condivide con Nick Cave e, perché no, anche con Tom Waits (con tutti i distinguo del caso, nessuno qui sta paragonando un semplice uomo a delle divinità).
I Have To Shine My Sunday Shoes, piazzata nel mezzo del disco, è la rappresentazione migliore di chi sono gli Opus Kink e di cosa vogliono trasmettere con la loro musica, per la sua schizofrenia espressiva, per il suo mutare pelle due, tre, quattro volte all’interno del pezzo senza dare troppi − per non dire nessuno − punti di riferimento. L’innesto folk fornito dalle concittadine The New Eves nel jazz punk degli Opus Kink suona poi una meraviglia in The Head Tree, segnando in modo indelebile un disco che sa atteggiarsi nel modo giusto in ognuna delle sue dieci tracce, sempre in bilico tra il muovere i fianchi in pista e il lasciarsi andare sul bancone lercio di un pub, tra una macabra pièce teatrale e una seduta psicanalitica condotta da un folle.
Prodotto da Craig Silvey − vincitore di un Grammy e già al lavoro, fra gli altri, con Arcade Fire e Sam Fender − il cui apporto ha indubbiamente ripulito il sound della band, “The Sweet Goodbye” è un disco che s’è lasciato attendere tantissimo, quasi oltre ogni logica dei nostri tempi, e che proprio per l’hype che s’è visto montare tutt’intorno avrebbe potuto collassare su se stesso trascinando con sé gli Opus Kink. Per fortuna tanto loro quanto nostra tutto ciò non è successo, l’attesa è valsa la pena e ci ritroviamo così con una nuova − solo discograficamente, è chiaro − band pronta a infiammare, come ha già fatto nell’ambiente underground inglese, i palchi dei club in giro per il mondo, sulla scia di altri ormai prestigiosi nomi della più recente scena post punk britannica.
2026 | SO
IN BREVE: 4/5
