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Papa Roach – Ego Trip

Il nu metal visse il suo periodo d’oro ad inizio Duemila grazie a gruppi quali Limp Bizkit e Linkin Park, tra gli altri. I Papa Roach furono bravi a sfruttare e cavalcare l’onda del successo e si imposero con “Infest” (2000), un album che seppur non essendo un capolavoro è diventato iconico del periodo: chi non ha mai canticchiato “Last Resort”? Tuttavia, da lì a pochi anni il movimento che tanto aveva aiutato milioni di adolescenti a superare i propri problemi esistenziali, iniziò a scemare, lasciando la scena a quello che divenne il metalcore, le cui tematiche tanto diverse poi non sono. In tutto questo, i Papa Roach hanno fatto uscire una marea di album mediocri (nove tra il 2002 e il 2019) e tra qualche disco d’oro di qua e qualche disco di platino di là, sono stati pian piano dimenticati.

E allora perché ne stiamo parlando? Beh ecco, hanno deciso di tornare, a distanza di tre anni dal precedente “Who Do You Trust?” (2019), con Ego Trip, tra l’indifferenza generale che, se vogliamo essere sinceri, è anche merito dei numerosi ottimi album che sono usciti da due mesi a questa parte. L’album si presenta con una copertina oscena: un disegno in cui la testa di un’enorme formica giganteggia in un paesaggio post-apocalittico, degno dei peggiori b-movie che si trovano nei cestoni del supermercato.

Per quanto riguarda la musica, l’album si apre con Kill The Noise, uno dei singoli che hanno anticipato il disco, caratterizzato da un ritornello da stadio che avrà sicuramente fatto scendere una lacrima ai fan di lunga data, visto anche il videoclip, che può ricordare quello di “Last Resort”; uno dei migliori brani del lotto, nonostante l’estrema banalità che lo caratterizza. In generale, la prima parte del disco è caratterizzata da brani che alternano strofe rappate e ritornelli melensi da stadio degni degli ultimi Bring Me The Horizon, tra cui spiccano Stand Up, altro singolo ruffiano, che strizza l’occhio alla nuova corrente pop punk, Swerve, che vede la collaborazione di Fever 333 (gruppo rap metal formatosi nel 2017) e Sueco (un Machine Gun Kelly meno famoso), e Liar che si distingue per avere un’ottima melodia nelle strofe, che, nel complesso, risultano essere le parti più riuscite dell’album.

La title track non aggiunge nulla di nuovo e si dimentica facilmente. Spicca Unglued, dotata di un ritornello che ha il merito di rimanere in testa: un singolo mancato. Nell’ultima parte l’album non cambia regime: Dying To Believe presenta un ritornello degno del peggior Corey Taylor, Leave A Light On è una lagna il cui unico merito è quello di durare tre minuti e Cut The Line non aggiunge nulla di nuovo. L’album si conclude con I Surrender, il miglior brano del disco a mani basse: il riff d’apertura è spacca ossa, le strofe sono arricchite da ottimi controcanti e il ritornello ha un andamento finalmente diverso da tutti gli altri, nonostante si tratti della solita melodia ruffiana, a cui la band sembra essere fin troppo affezionata.

In conclusione, ci troviamo davanti all’ennesima prova senza carattere della band che, nonostante i quarantacinque anni di età media dei componenti, dimostra di non essere interessata a sperimentare e ad abbandonare il porto sicuro che per tanti anni gli ha garantito lauti guadagni, continuando a scommettere sui più banali cliché musicali e lirici di generi quali nu metal, metalcore e pop punk; questo porta i quaratatré minuti di durata a risultare molti di più. Il punto di forza dell’album è sicuramente la produzione che, per quanto pomposa, riesce a far distinguere bene tutti gli strumenti, che mai si sovrappongono, ma finisce qui: un album che sarebbe risultato vecchio nel 2006 e che non aggiunge nulla al panorama musicale attuale.

(2022, New Noize / Warner)

01 Kill The Noise
02 Stand Up
03 Swerve
04 Bloodline
05 Liar
06 Unglued
07 Dying To Believe
08 Killing Time
09 Leave A Light On
10 Always Wandering
11 No Apologies
12 Cut The Line
13 I Surrender

IN BREVE: 2/5