
Sarebbe bello, un giorno, scoprire dov’è quel mondo parallelo, quella realtà diversa dalla nostra in cui finiscono certe band che per un preciso indecifrato momento hanno segnato le nostre vite, per poi sparire nel nulla lasciando alle loro spalle solo silenzio, qualche domanda e giusto una manciata di brani come testimonianza tangibile che non si sia trattato solo di un sogno. I Pullman da Chicago fanno parte di quest’elenco di formazioni meravigliose finite nel dimenticatoio della musica, un po’ per scelta, un po’ per contingenze, un po’ perché così è la vita e bisogna accettarlo. Due album, “Turnstyles & Junkpiles” del 1998 e “Viewfinder” del 2001, poi l’oblio. Il loro post rock così intimamente connesso alla città che gli ha dato i natali che si sfoca fino a scomparire, rimanendo solo un ricordo, un bagliore nella nostra memoria. Ma ancora luminosissimo.
Poi passano venticinque anni durante i quali nessuno te li ha mai neanche vagamente riportati alla mente e te li ritrovi di nuovo in pista, un disco che all’inizio doveva essere solo una traccia (con Brown e Barnes al lavoro in solitario, il secondo per esorcizzare l’Alzheimer da poco diagnosticatogli), la voglia di proseguire con dell’altro e infine ecco III. Banalmente, semplicemente, come se a qualcuno fosse sfuggito che, sì, si tratta del loro terzo lavoro in studio. E i Pullman che nella sostanza riprendono da dove avevano mestamente interrotto il loro percorso: Doug McCombs, Bundy K. Brown, Chris Brokaw, Curtis Harvey, Tim Barnes e la loro fascinazione per le lunghe suite strumentali, per un’acustica che diventa manifesto programmatico di carezze agrodolci e malinconia imperante, colonna sonora di un mondo che potrebbe essere il loro, il nostro o magari lì fuori in un’altra galassia.
Il post rock che incontra il folk, ovvero la cifra stilistica dei Pullman e di ciascuno dei membri del progetto, trova la sua strada anche in “III” a partire dai due minuti di Bray, appena un assaggio in vista della parte più corposa del disco: Weightless è il suono che avrebbe la luce se avesse un suono, un basso lontano e spesso che detta il passo, un climax lentissimo e narcolettico da risveglio dopo una lunga notte; Thirteen gioca con il silenzio, inframmezzandolo a flebili inserti rumoristici appena percepibili; October dispiega nei suoi oltre tredici minuti di durata la vera essenza del post rock bucolico dei Pullman, con le chitarre finalmente sensibili; infine l’intermezzo Valence che lancia la volata finale a Kabul, un acquerello orientaleggiante che paga pegno al suo titolo e alle visioni di ciascun musicista coinvolto nella realizzazione del disco.
Trentacinque minuti di pastelli che accennano linee su un foglio bianco rimasto in attesa per venticinque anni, un disegno che abbiamo già visto, una soundtrack che abbiamo già ascoltato e proprio per questo familiare, avvolgente, necessaria nella sua prevedibilità. E chissà se i Pullman rimarranno tra noi, almeno un altro po’, o spariranno ancora una volta repentinamente senza lasciare alcuna traccia.
2026 | Western Vinyl
IN BREVE: 3,5/5
