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Red Fang – Arrows

I Red Fang sono una di quelle band che sono riuscite a costruirsi un proprio zoccolo duro di seguaci grazie più alle performance dal vivo (letteralmente esplosive, urticanti a livelli estremi) che agli album pubblicati nel corso della loro carriera. E quello zoccolo duro, che ha fatto della formazione di base a Portland una band di (quasi) culto, proprio per questo motivo è sempre stato abbastanza oggettivo nel valutare le produzioni di Aaron Beam e soci per quello che sono: ottimo stoner venato di sludge, senza particolari sussulti tanto in positivo quanto in negativo. Una prerogativa non da poco in un genere in cui il passo falso della ripetitività è sempre pericolosamente dietro l’angolo.

Loro si sono mossi con una certa dimestichezza nel range sonoro coperto dallo stoner, in un percorso che dagli esordi al 2016, anno dell’ultimo “Only Ghosts”, li ha portati ad alleggerirsi senza però tradire mai troppo i dettami del loro ambito di riferimento. Proprio l’album di cinque anni fa era stato l’apice del lavoro di levigatura operato dai Red Fang nel corso del tempo, un disco tendenzialmente easy listening che puntava tutto su melodie a presa rapida e un sound piuttosto edulcorato (ovviamente nei limiti della proposta della band). Con Arrows i Red Fang ripartono dal via come nel gioco dell’oca, azzerando in un colpo solo il loro progressivo cambiamento per tornare alle sonorità più ruvide dei primi due dischi, l’omonimo del 2009 e soprattutto “Murder The Mountains” del 2011.

L’intro Take It Back lascia un attimo in sospeso il primo approccio, ma già dopo Unreal Estate non servirebbe altro per capire dove i Red Fang vogliono andare a parare: un bel magma sludge di scuola Melvins, uno di quegli insegnamenti belli e datati che non fa mai male (andare a vedere anche alla voce Days Collide). My Disaster tocca le chiappe ai primi Mastodon, Fonzi Scheme fa ancora meglio col suo piglio sabbathiano e la tendenza doom, Two High strizza l’occhio ai Novanta più duri, mentre il finale affidato all’accoppiata composta da Dr. Owl e Funeral Coash è indissolubilmente impiastricciato di LSD e peyote, a completare un quadro di riferimenti lo-fi di tutto rispetto.

Insomma, davvero niente di nuovo sotto il sole, trequarti d’ora di colonna sonora ideale per un club di motociclisti, quel tipo di album che mai e poi mai riuscirebbe a infastidirti ma che, assatanato o meno di stoner che tu possa essere, non ti farà mai neanche sobbalzare dalla sedia per nessuno dei suoi tredici passaggi, nonostante l’innegabile mestiere e la vera pura polverosa attitudine dei musicisti qui coinvolti. Nella dimensione live sarà poi tutta un’altra storia sentire questi pezzi, come sempre quando si tratta dei raduni messi in piedi dai Red Fang.

(2021, Relapse)

01 Take It Back
02 Unreal Estate
03 Arrows
04 My Disaster
05 Two High
06 Anodyne
07 Interop-Mod
08 Fonzi Scheme
09 Days Collide
10 Rabbits In Hive
11 Why
12 Dr. Owl
13 Funeral Coach

IN BREVE: 3/5

Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di vinili, CD e musicassette. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.