
Se c’è un merito, sopra tutti gli altri che è facile attribuirgli, che hanno avuto i Russian Circles da quando hanno iniziato a scorticarci le meningi a oggi, è quello di essere stati il maggiore e più importante ponte tra le due più rilevanti anime strumentali in circolazione: il post metal e il post rock, che senza di loro probabilmente non si sarebbero evoluti allo stesso modo. I primi lavori del trio di base a Chicago hanno senza dubbio avuto questo ruolo, tornando indietro per una ventina d’anni non si può non riconoscerglielo. Poi c’è stato un certo affievolimento della spinta, i Russian Circles si sono adagiati su una dimensione a loro molto familiare e gli scossoni sono poco a poco diminuiti, pur mantenendo sempre un livello compositivo molto, molto alto.
C’era dunque una certa preoccupazione, se così possiamo definirla, nell’approccio a questo Nine (neanche a dirlo il loro nono lavoro in studio, realizzato ancora una volta con l’apporto di Kurt Ballou dei Converge), non tanto per paura che non fosse un buon disco − a scanso di equivoci diciamo subito che lo è, come tutti gli altri firmati dai Russian Circles − quanto piuttosto perché avrebbe potuto livellare ancora un po’ al ribasso un’ispirazione leggermente affievolitasi. E invece “Nine” è l’ennesimo colpo di coda di una band che maneggia la materia in modo sublime: gli inserti elettronici che, pur presenti anche in passato, non sono mai stati la vera cup of tea di Mike Sullivan, Dave Turncrantz e Brian Cook, in “Nine” segnano il passo di una ricerca che pare essere tornata significativa, che smuove il trio da una staticità che iniziava a lambire la ripetitività. Problema insito di suo nella natura di qualsiasi band che fa musica interamente strumentale.
Si prenda il singolo Empath, che si apre con un synth proveniente direttamente da “La Guerra dei Mondi”, prima delle consuete deflagrazioni ai confini dello sludge e di un finale demoniaco. Velocità, potenza, rabbia, impatto, in questo pezzo c’è tutto quello di cui s’era sentita la mancanza nelle ultime uscite a nome Russian Circles. Lo stesso succede anche in Eluvial, il brano più lungo del lotto con i suoi oltre otto minuti, trafitto com’è da inserti elettronici scoccati come frecce al cuore della stesura del pezzo, un brano che concettualmente viene completato e allungato dalla successiva E2, percorsa anch’essa da un synth nervoso, pulsante, massiccio.
Meridian è invece uno degli esempi di ciò di cui parlavamo all’inizio, ovvero di come i Russian Circles siano la connessione perfetta tra i due principali ambienti post: un lungo climax ascendente di scuola mogwaiana, dove la potenza lascia spazio all’ossessività di un basso all’inseguimento continuo. E parlando di potenza, non possiamo non evidenziare il basso tellurico che percorre, sostenta e devasta l’iniziale Borehole. La doomeggiante Seventh Seal invece fa ancora di più, testimonia e cristallizza su disco quella che costituisce la più apprezzabile qualità dei Russian Circles: la straripante forza che viene fuori quando si ritrovano su un palco, che è sempre stata persino più evidente di ciò che fanno in studio di registrazione. E questo pezzo, posto in chiusura dell’album, richiama perfettamente la sensazione di annichilimento che si prova assistendo ad un loro live.
A completare il quadro del disco c’è poi Arletta, una sorta di flebile e breve intermezzo acustico che funge da decompressione prima del gran finale affidato alla già citata Seventh Seal. In definitiva, se c’era ancora qualcuno da convincere di ciò che hanno rappresentato e rappresentano ancora i Russian Circles nel loro panorama di riferimento, se c’era una qualche prova del nove − sì, l’abbiamo scritto consapevolmente − da affrontare per il trio dell’Illinois, tutto questo lo troviamo in “Nine”, un disco essenziale e crudo che ci riconsegna una band al massimo della forma dopo un periodo di stanca (a questo punto passeggera, fortunatamente). Bentornati.
2026 | Sargent House
IN BREVE: 4/5


