
La redazione de Il Cibicida, generalmente, mette la musica sopra ogni cosa; sono molto rare le vicende personali degli artisti che inficiano la nostra valutazione su di essa. A volte però, per vari motivi, qualcosa penetra la fitta barriera di separazione tra il giudizio personale sull’artista e la sua arte. A volte, come nel caso di Chapter 1, la quindicesima uscita discografica dei Sault in sette anni, diventa involontariamente difficile la separazione. E nel caso dei Sault, è incredibilmente ironico che sia così.
Del collettivo R&B inglese avvolto nel mistero, che non annuncia le uscite discografiche, del quale non si conoscono soggetti e predicati sembrerebbe impossibile che una qualsivoglia vicenda personale possa toccare la musica: non sappiamo chi diavolo sono, per prima cosa! Beh, o meglio: non sapevamo chi fossero. Ma una imprevedibile variabile, comune a tante altre vicende discografiche, ha sparigliato le carte. Tendenzialmente sono solo tre le variabili con un potere tale: sesso, droga e non di certo il rock’n’roll, ma la carta filigranata, in questo caso con l’effige della Regina Elisabetta II. Ed è proprio quest’ultima variabile ad aver fatto sì che scoprissimo che, in essenza, i Sault avranno pure molti misteriosi e non misteriosi collaboratori, ma sono principalmente composti dal produttore londinese Inflo e da sua moglie, la cantante Cleo Sol. E la vicenda in questione è un consistente prestito economico da parte di una dei collaboratori dei Sault, la rapper Little Simz: £ 1,7 milioni, per la precisione, secondo quanto riportato dai media inglesi, prestati proprio a Inflo e mai restituiti, un milioncino tondo tondo dei quali è andato a finire nell’unica, discretamente stravagante, uscita dal vivo del gruppo.
Il bellissimo “Lotus” della rapper di Islington, uscito l’anno scorso, è fortemente influenzato dalla vicenda, e sembra quasi un break-up album, per quanto il break-up in questione non sia di natura sentimentale; con “Chapter 1” sembra di ascoltare una sorta di risposta. Ma, e qui torniamo alla premessa di questa recensione, questa risposta ha qualcosa di inafferrabilmente disturbante nelle parole con cui arriva: “Harder that they come / Strengthens me / God, protect me from my enemies” (“Più forte mi colpiscono / più mi rafforza / Dio, proteggimi dai miei nemici”) sono le parole con cui si apre l’album (God, Protect Me From My Enemies), continuando poi con “You’re just a loser / And hate that I’m a winner […] / But I owe you a thank you / For walking away” (“Sei solo un* perdente / e odi che io sia un vincente / ma ti devo ringraziare / per essere andat* via”) nella title track, e così ininterrottamente per i trentasei minuti che compongono l’album, con riferimenti a Dio, spirito, amore e profezie da creare (“I know it’s hard, but you must believe”).
Musicalmente, “Chapter 1” non si discosta dalle prime, eccellenti e acclamatissime uscite dell’ormai non tanto misterioso collettivo, senza tuttavia catturarne l’urgenza e avendo esaurito l’effetto sorpresa. Giusto la conclusiva Puppetsembrerebbe rompere un minimo lo schema, il quale tuttavia rientra con la consueta parte strumentale di piano, sentita ormai diverse volte nel contesto Sault. Lungi dall’essere un brutto album, il consueto messaggio di lotta contro le avversità, di energie positive e di nemici suona come unghia su una lavagna. E a volte scappa qualche pensiero del cazzo come “amico mio, tu devi quasi due milioni di sterline a una che te li ha prestati e ci piazzi un’intera fottuta orchestra in questo brano?”. I contorni della vicenda legale, per quanto non totalmente definiti, sembrano se non altro chiari, ma con essi non vi tedieremo oltre. Il vero peccato capitale di quest’album non sono i discutibili testi o il pagamento dell’orchestra. Il peccato, quello vero, è nei confronti della musica, qui sostanzialmente noiosa e, peggio, a tratti insignificante.
2026 | Forever Living Originals
IN BREVE: 2,5/5

