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Shaking Hand – S/T

Dalle parti di Manchester di solito succedono cose molto interessanti, quantomeno se si parla di musica. L’ultima “cosa” successa in ordine di tempo sono gli Shaking Hand, un trio composto dai fratelli George e Freddie Hunter, rispettivamente chitarra/voce e batteria, insieme a Ellis Hodgkiss al basso, che sono usciti con un disco d’esordio self titled in grado di miscelare in modo piuttosto naturale post rock, qualche vaga linea math, piccoli cenni post punk e una bella dose di indie rock, con particolare attenzione a ciò che è accaduto nei decenni scorsi sull’altra sponda dell’Atlantico. Registrato in quella che una volta era una chiesa e adesso è diventata altro, questo Shaking Hand dimostra come le idee, seppure molto buone, non bastino da sole a fare un buon disco senza la capacità di realizzarle e legarle fra loro all’interno di una tracklist o anche all’interno dello stesso pezzo. Cosa che ai tre, lo diciamo subito, è decisamente riuscita.

Rispetto al canonico paradigma post rock che vuole chitarre debordanti e feedback in bella vista, è chiaro come gli Shaking Hand se ne discostino, mantenendone intatte le strutture e il modo di approcciarsi ai climax, ma lavorando più di cesello e di atmosfere con la sei corde, tessendo trame che guardano più a certo slowcore tipicamente nineties che al post rock in senso stretto. È il caso di un pezzo meraviglioso come Mantras (probabilmente l’apice dell’intero disco), che in quasi sette minuti snocciola tutto il campionario di cui sono capaci gli Shaking Hand, dando fondo a un quadernetto degli appunti in cui la freschezza della loro giovane età va di pari passo alla ormai avvenuta cristallizzazione dei loro riferimenti.

La cosa più sorprendente di questo esordio alla fine è proprio che si tratti di un esordio, vista la maturità con cui i tre hanno messo insieme spunti e suggestioni provenienti da lontano, ma filtrate attraverso un gusto personale e convincente. Non esagerano mai gli Shaking Hand, non fanno il passo più lungo della gamba, si mantengono costantemente in territori di mezzo in cui la melodia non viene mai sacrificata a scapito della sperimentazione (Italics ne è la perfetta dimostrazione), ma in cui al tempo stesso niente è così basico come potrebbe sembrare a un primo distratto ascolto (vedi i quasi nove arzigogolati minuti della conclusiva Cable Ties).

Con un po’ di Yo La Tengo sempre dietro l’angolo, maestri come gli Slint (per il versante più spigoloso) e American Football (per il versante più indie) a vegliare dall’alto sul trio mancuniano, gli Shaking Hand hanno partorito davvero un gran bel debutto, un lavoro di prospettiva, uno di quei dischi che sembra averti già detto tutto sui propri artefici ma che in realtà nasconde un intero mondo su cui la band potrà lavorare e che toccherà a noi scoprire poco a poco insieme a loro. Benvenuti a bordo, Shaking Hand, il futuro sarà anche vostro.

2026 | Melodic

IN BREVE: 3,5/5