
Ormai lo sappiamo come funziona, dovremmo averci fatto tutti il callo al modo in cui spesso arriva il successo, specie in ambito pop. Devi passare da internet, c’è poco da fare, devi utilizzare uno strumento dalla platea potenzialmente infinita per attirare il più possibile l’attenzione, devi usare YouTube (soprattutto prima, ma ancora adesso) e TikTok (il vero odierno amplificatore di popolarità) e caricare, caricare, caricare contenuti sperando di piacere a qualche vagonata di utenti finché la casa discografica di turno non decide di puntare su di te. Potrebbe non succedere mai, e nella stragrande maggioranza dei casi ovviamente non succede, ma se succede… se succede hai fatto bingo, se succede il passaggio dall’anonimato alle copertine delle riviste patinate avviene veloce come il da 0 a 100 di una Lamborghini.
Il caso della ventenne londinese Sienna Spiro è in questo senso emblematico: adolescente impegnata nella sua cameretta a registrare cover e fare vocalizzi, di botto catapultata negli studi più prestigiosi del mondo (i newyorkesi Electric Lady, i londinesi Abbey Road e i losangelini Valentine) per registrare un album d’esordio sotto l’egida della Capitol, questo Visitor che condensa in dieci tracce (qualcuna in più nella versione deluxe del disco) una rapidissima ascesa. Ma che ha fatto Spiro, nel concreto, per meritarsi tutto questo? Per certi versi non ha fatto nulla, nel senso che una voce come la sua o ce l’hai o è inutile provare ad averla, quelle meravigliose sfumature R&B, soul e jazz, quella sporcizia che di tanto in tanto viene fuori e che la rende più umana, più carne di quanto non direbbe la sua immagine sempre così impomatata e perfetta. Basta una voce del genere? Ovviamente no, serve anche la scrittura.
Non siamo certo i primi a dirlo ma vale la pena ripeterlo, visto il livello di cui si parla: è chiaro come le reference di Spiro vadano tutte nella direzione di Adele (per quanto riguarda le interpretazioni più orchestrali, vedi la Die On This Hill che è stata il suo vero detonatore, ma anche la cinematica Time, You & Me) e Amy Winehouse (quando è invece la sua anima soul ed R&B a prendere il sopravvento, vedi He’s Not My Baby, I’m His), ma c’è anche dell’altro, perché lo spleen adolescenziale dei suoi testi (che parlano del suo sentirsi solo una visitatrice − da qui il titolo dell’album − nelle vite di alcuni uomini), certe interpretazioni tra il suadente e il supplicante (come nella oggettivamente splendida Great Expectation), pagano pegno a una Lana Del Rey d’annata con cui Spiro condivide in un certo senso anche il modo in cui è arrivata sulla bocca di tutti. E di pezzi interessanti e spunti che vale la pena ricordare ce ne sono tanti in “Visitor”, così come, però, ci sono anche evidenti riempitivi messi lì un po’ per chiudere velocemente una tracklist altrimenti deficitaria: Pure è uno di questi, ma anche la conclusiva Mono No Aware, che mancano del luccichio necessario.
L’occhio e l’orecchio di Sienna Spiro funzionano molto bene, è tanto attenta al nuovo (vedi i nomi citati poco sopra) quanto al classico (forse banale, ma necessario, tirare in ballo una regina come Nina Simone), che questa ragazza abbia qualità è evidente e basterebbe solo non essere sordi per accorgersene: ma è anche chiaro come tutto ciò vada incanalato in qualcosa di più sostanzioso dal punto di vista discografico, qualcosa che giustifichi al cento per cento i numeri, l’hype, i sold out, qualcosa che al momento c’è ma solo a metà, lasciando un punto interrogativo su ciò che potrà essere il proseguimento della sua carriera. Ma i margini di crescita, considerando la giovanissima età e quel dono che ha nelle corde vocali, fanno pendere l’ago della bilancia tutto dalla sua parte.
2026 | Capitol
IN BREVE: 3/5