Home RECENSIONI Swans – The Glowing Man

Swans – The Glowing Man

theglowingmanLa vita di Michael Gira è assoggettata, da un po’ di tempo a questa parte, ad almeno un paio di spade di Damocle che pendono minacciose sulla sua testa. La prima, personale e infamante, è l’accusa di violenza sessuale rivoltagli dalla cantante Larkin Grimm, fatti risalenti al 2008 che non sta a noi giudicare in questa sede. La seconda, che ci coinvolge più da vicino, è la fine dei suoi Swans. Ma fine in che senso?

Presentando The Glowing Man, quattordicesimo lavoro in studio della sua creatura, Gira ne ha parlato come del “ultimo album di questa incarnazione degli Swans”. A cosa si riferisse di preciso, se a una chiusura definitiva del progetto o a un semplice rimpasto interno, probabilmente lo sapremo solo quando lui deciderà che si debba sapere. La sostanza, però, è che ci troviamo al cospetto dell’ennesimo monumentale album di una discografia in continua crescita ed evoluzione, mai ricurva su se stessa nell’auto-compiacimento, sempre al passo (e anche un filino oltre) con le intuizioni di una mente che ha scritto alcune delle pagine più significative del rock sperimentale.

Otto tracce per ben due ore di durata, in linea con gli ultimi “The Seer” (2012) e “To Be Kind” (2014), è il consueto periodico coacervo sonoro che seduce con le costanti e schiaffeggia con le mutazioni. Il noise dirompente, il piglio industrial e le atmosfere funeree restano le fondamenta su cui Gira erge la sua Chiesa, ma spuntano delle divagazioni ai limiti del folk che trovano l’oscurità anche laddove la luce del sole secca l’erba: lo sono People Like Us e Finally, Peace, e lo è anche la When Will I Return? cui presta la voce (in modo superbo) Jennifer Gira, moglie del guru. Sono queste le tracce più brevi del disco, sintomatiche della più recente visione di Gira, una visione che meriterebbe di certo ulteriore approfondimento.

Ma non è lì che va ricercata l’essenza di “The Glowing Man”, quella la si trova nei monoliti del disco, in quelle tracce in cui disorientarsi è facilissimo se si perde di vista la Stella Polare del Gira-pensiero: a Cloud Of Forgetting e Cloud Of Unknowing è affidata l’apertura, ventotto minuti complessivi, due facce di una stessa medaglia fatta di quiete e tempesta, acustica e bordate di feedback. Poi l’approccio teatrale dei quattordici minuti di The World Looks Red / The World Looks Black, i ventuno minuti di discesa nell’abisso dell’ossessione di Frankie M e infine la mezz’ora scarsa della title track, vero e proprio compendio degli Swans, opprimente e soffocante come solo Gira sa essere grazie anche ai suoi testi, sempre massacranti.

È un disco pesante “The Glowing Man”, ma in fondo molto meno che nel recente passato e più semplice da assimilare anche per chi non ha troppa dimestichezza col mondo Swans, un lavoro che forse inebria fino allo stordimento, magari disturba (ma è proprio quello l’obiettivo di Gira), ma di certo non stanca, circostanza che per un album lungo due ore, realizzato nel millennio della musica mordi e fuggi, è un sinonimo di qualità semplicemente immenso. Sarà quel che sarà la sorte della band, gli Swans dovrebbero essere inseriti a forza fra gli ascolti di chiunque.

(2016, Young God)

01 Cloud Of Forgetting
02 Cloud Of Unknowing
03 The World Looks Red / The World Looks Black
04 People Like Us
05 Frankie M
06 When Will I Return?
07 The Glowing Man
08 Finally, Peace

IN BREVE: 4,5/5

Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di vinili, CD e musicassette. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.