
La peculiarità principale degli Afghan Whigs è sempre stata quella di riuscire a mantenersi riconoscibili senza mai ripetersi eccessivamente, mantenendo costanti stile e riferimenti ma cambiando prospettiva ad ogni nuova uscita con piccole variazioni sul tema, questo sia pre che post scioglimento. In giro ormai da quarant’anni suonati, tra gli ultimi reduci ancora in circolazione di quella che è stata a tutti gli effetti una generazione di fenomeni, Greg Dulli e la sua creatura si rifanno adesso sotto con il loro decimo lavoro in studio, il quarto da quando sono ritornati in pista. Registrato tra Joshua Tree, Los Angeles, New Orleans e Cincinnati, Soft Control è un album che approfondisce quelle venature soul che da sempre hanno contraddistinto e contraddistinguono ancora gli Afghan Whigs, rendendoli un unicum nell’intero panorama alternative degli anni Novanta.
Sotto la cenere degli Afghan Whigs cova un fuoco sempre acceso, magari meno distruttivo e incontrollabile del passato ma ardente come nei momenti più significativi della loro discografia: il synth impetuoso che percorre da cima a fondo l’iniziale Jungle Roux, i cori che la impreziosiscono, sono un buon viatico a ciò che l’album presenta nel corso delle sue dieci tracce. House Of I gioca col passato, attestandosi come uno dei ganci più evidenti con ciò che Dulli e soci erano stati a inizio e metà carriera, quindi un riff riconoscibilissimo su cui è costruito l’intero pezzo e la solita perfetta performance vocale di Dulli. Duvateen è invece uno dei momenti più intensi del disco (ma possiamo anche dire da “Do The Beast” del 2014 in poi), una linea di piano si staglia sullo sfondo mentre Dulli assume una delle pose più riflessive della sua carriera, quasi da crooner, mentre ci canta di tempo che passa, di ricordi e nostalgia, stesso effetto dato dagli archi che attraversano The Deepest Part Of The Darkest Shadow e dai fiati di scuola New Orleans − e immaginiamo non sia una coincidenza che parte del disco sia stata registrata proprio da quelle parti − che invece caratterizzano Mariah Luster.
My Lover mostra ancora una volta come gli Afghan Whigs siano maestri nell’inserire venature soul nel loro rock nineties, risultando così uno dei passaggi più inquieti dell’intera tracklist; poi abbiamo l’afflato meravigliosamente notturno di Memphis, Texas e due tracce come 77 (che fa tornare alla mente la “66” contenuta in “1965” del ’98… troppi numeri, eh?) e Loose Talk che si fregiano di una brillantezza catchy non sempre comune in casa Afghan Whigs ma qui decisamente a fuoco. Tutto questo prima del finale affidato ad A Simulation, una ballad che inizia con una intro quasi ambient e che poi si evolve con ancora il piano e ancora gli archi a dare un tocco di ricercatezza non indifferente.
La cosa certa, ascoltando “Soft Control” e mettendolo insieme e in sequenza a tutto ciò che gli Afghan Whigs hanno fatto nel corso degli ultimi anni, è come la band di Greg Dulli non sia affatto − e in realtà non lo è mai stata − una band che si accontenta di stare lì a godersi i gradi di semi-leggende che si sono meritatamente guadagnati sul campo. Gli Afghan Whigs sono una band viva, forgiata dalla tempesta e levigata adesso da una ritrovata serenità, una band che fa ancora ricerca e che si assume dei rischi, che trova stimoli anche dopo una carriera lunga e tortuosa. Se non è attitudine questa, se non è dannatissima voglia questa, non sappiamo cos’altro possa esserlo.
2026 | Royal Cream/BMG
IN BREVE: 3,5/5



