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Turin Brakes – Invisible Storm

Ci sono queste polaroid, sulla copertina di Invisible Storm, che a prescindere dal contenuto del disco la dicono lunga sull’immaginario che da una ventina d’anni a questa parte amano dipingere i Turin Brakes. Il loro è un folk rock cui piace dannatamente giocare con le emozioni, che si galvanizza nel far riaffiorare i ricordi dell’ascoltatore grazie alla morbidezza delle melodie.

Il problema è che, già con il precedente “Lost Property” (2016), Olly Knights e Gale Paridjanian hanno deciso di mettere un attimino da parte le sfaccettature più folk della propria proposta, andando a parare su un pop rock di certo più redditizio dal punto di vista della visibilità, ma non altrettanto in quanto a mantenimento dell’estetica che li ha sempre contraddistinti. Come avrete intuito, l’acustica anche in “Invisible Storm” fa un passo indietro, lasciando spazio a sintetiche influenze eighties.

L’opener Would You Be Mine è in questo senso una dichiarazione d’intenti bella e buona, punta di un iceberg fatto di tastiere che leva tanto, tantissimo alle atmosfere che appartengono ai Turin Brakes, rendendo praticamente insapore gran parte del disco. Non è un caso, così, che la sola Deep Sea Diver con i suoi arpeggi folk country riesca a riprendere parzialmente in mano le redini di un album pericolosamente sull’orlo di un precipizio chiamato noia.

Anche quando i Turin Brakes provano a mettersi al sicuro navigando a vista nella loro comfort zone, come nel caso di Always o della conclusiva Don’t Know Much, la resa non è che sia sfavillante, segno di come a “Invisible Storm” manchino le canzoni prima ancora di andare a disquisire sulla natura delle stesse. Un ottavo capitolo discografico, questo, che segna purtroppo un ulteriore ribasso delle quotazioni della formazione inglese.

(2018, Cooking Vinyl)

01 Would You Be Mine
02 Wait
03 Always
04 Lost In The Wood
05 Deep Sea Diver
06 Life Forms
07 Invisible Storm
08 Everything All At Once
09 Tomorrow
10 Smoke And Mirrors
11 Don’t Know Much

IN BREVE: 2/5

Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di vinili, CD e musicassette. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.