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William DuVall – One Alone

Si contano forse sulle dita di una sola mano i casi in cui – per volontà precise o eventi nefasti – la sostituzione di una voce all’interno di una band abbia dato risultati accettabili. Non è lo stesso che per un chitarrista, un bassista, un batterista o qualunque altro musicista, importanti per quanto questi possano essere. La voce è il volto e non esclusivamente in senso letterale, è la riconoscibilità alla radio, è il particolare che va oltre qualsiasi genere o tecnica d’incisione.

Nel corso del nuovo millennio, il passaggio di consegne tra Layne Staley e William DuVall s’è rivelato sempre più il modo migliore per consentire agli Alice In Chains di andare avanti, nonostante una perdita mastodontica e generazionale e nonostante tutti i legittimi dubbi di cui sopra. DuVall ha saputo assecondare Jerry Cantrell intrecciandosi benissimo con la sua di voce, è riuscito a non andare mai fuori dal seminato, mantenendo un profilo giustamente basso ma sempre attento a non assumere le sembianze del replicante.

Il contraltare negativo della faccenda è stato però che il vero DuVall, libero da catene tanto artistiche quanto mentali, probabilmente non lo si è mai visto. Quantomeno fino ad ora, perché One Alone, il suo debutto da solista, ci regala il ritratto di un artista pienamente consapevole delle sue doti, che s’affida a una sola, scarna e sporca chitarra acustica per evidenziare e sottolineare il più possibile le sfumature del suo strumento principale: la voce.

Nelle undici tracce del disco (alcune delle quali – vedi la meravigliosa So Cruel – reinterpretazioni senza spina di pezzi dei Comes With The Fall, la vecchia band di DuVall) è lei l’unica protagonista, accompagnata ora da arpeggi minimali, ora da un assolato fingerpicking, ora da pennate timide ma efficaci. DuVall guarda un po’ a certo Neil Young, un po’ alla meravigliosa stagione unplugged dei mostri del grunge (di cui non a caso gli Alice In Chains hanno scritto una delle pagine più importanti), ma sempre tenendo ben saldo il timone di una barca che guida in completa solitudine.

Con tutto il rispetto e l’amore che nutriamo per Layne Staley e per la sua seminale esperienza artistica, “One Alone” è la prova di come gli Alice In Chains abbiano fatto bene a puntare su DuVall ed è anche un tacito invito, rivolto proprio al deus ex machina Cantrell, affinché nel futuro della sua band possa essere riconosciuto lo spazio che merita a un frontman valido e capace, probabilmente ben più di quanto c’è stato fatto credere.

(2019, DVL)

01 Til The Light Guides Me Home
02 The Veil Of All My Fears
03 The 3 Wishes
04 Strung Out On A Dream
05 White Hot
06 Still Got A Hold On My Heart
07 Smoke And Mirrors
08 So Cruel
09 Chains Around My Heart
10 Keep Driving Me Away
11 Waiting Out The Breakdown

IN BREVE: 3,5/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.