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Working Men’s Club – Fear Fear

Avete mai provato a immaginare che suono faccia la paura? O meglio, che colonna sonora possano avere la paura, il disagio, la privazione? Ecco, Sydney Minsky-Sargeant sembra avere un’idea piuttosto chiara di tutto ciò. Ce l’aveva nel 2020, quando in piena pandemia dava alla luce il primo omonimo lavoro dei suoi Working Men’s Club, un disco che poggiava la sua struttura su brani abbozzati e scritti nel corso di un’intera adolescenza e lì ripresi e perfezionati; e a maggior ragione ce l’ha adesso, dopo oltre due anni e mezzo di pandemia e dopo aver provato sulla propria pelle − come ciascuno di noi, del resto − tutto il campionario di limitazioni cui siamo progressivamente andati incontro.

Fear Fear, di cui non crediamo sia necessario fornire la traduzione, subisce così in maniera ancora più prepotente l’influenza della soffocante epoca che stiamo vivendo, a partire dalle lyrics, impregnate di comprensibile pessimismo (visto che alla pandemia si sono aggiunte una guerra, una crisi energetica, il clima impazzito e chi più ne ha più ne metta), passando per il tutt’altro che secondario aspetto musicale. Infatti se l’esordio a firma Working Men’s Club si inseriva coerentemente tra le decine di uscite catalogabili sotto l’etichetta post punk (con una marcata vena danzereccia), qui Sargeant ha scelto invece di digitalizzarsi il più possibile a scapito delle chitarre, infarcendo il disco di synth dalla connotazione sci-fi che inevitabilmente danno un senso di inquietudine, sospensione e attesa da fine del mondo.

A partire dall’iniziale 19 e proseguendo poi attraverso la title track, Widow ma soprattutto Circumference e la conclusiva The Last One, l’insegnamento di campioni del sintetico come New Order e Depeche Mode è talmente evidente da non necessitare quasi menzione. Ma quello che fanno i Working Men’s Club è anche un lavoro di attualizzazione di quegli spunti ormai classici: ed è così che tracce come Ploys finiscono per chiamare in ballo esperienze a loro temporalmente più vicine come il progetto Cold Cave. Insomma, un viaggio a ritroso e poi di nuovo in avanti alla velocità della luce in quel mondo che accosta sfumature oscure a pulsanti vari ed eventuali.

Come per il primo album, anche per “Fear Fear” occorre necessariamente parlare di dozzine di riferimenti e rimandi, più e meno intellegibili, ma ciò che piace e che spinge a puntare ancora forte sul progetto Working Men’s Club è la capacità dimostrata da Sargeant di plasmare la propria musica e farsi plasmare dall’ambiente circostante, interpretandone gli input e seguendo un proprio personale percorso evolutivo ed espressivo. Considerata anche la giovanissima età (parliamo pur sempre di un appena ventenne), una delle realtà più interessanti in circolazione.

(2022, Heavenly)

01 19
02 Fear Fear
03 Widow
04 Ploys
05 Cut
06 Rapture
07 Circumference
08 Heart Attack
09 Money Is Mine
10 The Last One

IN BREVE: 3,5/5

Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di vinili, CD e musicassette. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.