Home RETROSPETTIVE Ænima, il detonatore dei Tool

Ænima, il detonatore dei Tool

Parlare oggi dei Tool è un po’ come provare a mettere le mani sul tesoro della corona: una missione rischiosissima. Perché Maynard James Keenan, Adam Jones, Danny Carey e Justin Chancellor si sono guadagnati fin da subito e probabilmente come nessun altro i gradi di leggende totali, ancora da vivi e vegeti e con una produzione discografica a dir poco centellinata. E lo hanno fatto grazie alla lucida follia di Keenan, grazie alle eccelse qualità di musicisti degli altri tre (non c’è quasi nessuno come loro in circolazione), ma anche e soprattutto perché non si sono mai fatti attrarre dal tritacarne del music business, nonostante il Diavolo ci abbia provato senza sosta per anni: pochi dischi, via via sempre più complessi, pubblicati a distanze di tempo siderali l’uno dall’altro. Un farsi desiderare che ha inevitabilmente acuito l’idolatria nei loro confronti.

Nel 1996, spentasi quasi definitivamente la luce su Seattle con la morte di Kurt Cobain, il ruolo di alfieri dell’alternative rock era rimasto vacante e tantissime band facevano a gara per provare ad accaparrarselo. Altre come i Tool, invece, pur avendo in canna un talento tendente all’infinito, non provarono nemmeno a colmare quel vuoto, continuando per una strada che iniziò a farsi se possibile ancora più estrema e complicata. L’hard rock e le forme più lineari di “Undertow”, l’esordio dei Tool uscito a metà 1993 che li aveva fatti brillare in ambito crossover, in Ænima latitano o non esistono affatto, in favore di settantotto minuti in cui i quattro non lesinano neanche un grammo delle loro strabordanti visioni. È con “Ænima” che il prog si insinua massicciamente nelle trame dei Tool, vedi Euology che in quasi otto minuti e mezzo tira in ballo qualsiasi elucubrazione possibile e immaginabile, lanciando la band e soprattutto la chitarra di Adam Jones in quelle cervellotiche e contorte suite che hanno decretato la detonazione della loro carriera.

Non c’è MTV che tenga, non c’è airplay radiofonico che gli importi, i Tool fanno ciò che gli pare e questo era ormai sotto gli occhi di tutti, persino prendere per il culo in Hooker With A Penis i propri stessi fan che gli rimproveravano in qualche modo di strizzare l’occhio al mercato. Persino inserire un divertissement come Useful Idiot, trentotto secondi di fruscio di una puntina da giradischi, oppure un banale messaggio lasciato in una segreteria telefonica come in Message To Harry Manback, o ancora una ricetta per biscotti declamata in tedesco e in stile Terzo Reich per aizzare una folla in Die Eier Von Satan, tutti intermezzi ai confini dell’avanguardia (se non oltre) che fungono da riusciti connettori tra le parti più sostanziose del disco, quelle dove la sezione ritmica granitica e poderosa di Carey e Chancellor ti spinge la testa giù nel fango mentre le trame di Jones provano a ricacciarti fuori per spedirti nell’iperuranio.

Anche il titolo dell’album, al contrario di quanto si potesse pensare, ha ben poco di concettuale o complicato e si riferisce invece all’unione di due termini come “anima” ed “enema” (in inglese letteralmente “clistere”), il che è direttamente connesso all’ironia oscena che circonda gran parte del disco, a partire dal singolo Stinkfist che apre la tracklist, una sorta di scurrile inno al fisting (cercate voi stessi in giro di cosa si tratta, se non lo sapete già… ma appurate di essere da soli) che culmina negli emblematici versi “Finger deep within the borderline / Show me that you love me and that we belong together / Relax, turn around and take my hand”. Insomma, qualcosa di decisamente lontano dai rimuginamenti sull’umanità che Maynard James Keenan avrebbe affrontato più in là nella discografia dei Tool. Riflessioni che iniziano comunque a essere massicciamente presenti anche in “Ænima”, vedi l’evoluzionismo trattato nell’altro singolo Forty Six & 2, l’epicità progressive della conclusiva Third Eye, quasi quattordici minuti di dissertazione riguardo le sostanze psichedeliche, o la title track che è una sorta di rancoroso e violento addio in atti a Los Angeles, la città americana dei lustrini, della superficialità e della falsità per antonomasia contro cui si scaglia Keenan.

Se “Undertow” aveva avuto il merito di mettere insieme quattro fenomenali musicisti, è “Ænima” che cristallizza già al secondo disco la condizione ultraterrena nella quale si sarebbero ritrovati i Tool per il resto della loro storia, un disco che ha standardizzato l’incidenza del prog nel rock e nel metal, che ne ha riscritto i paradigmi senza mai macchiarsi di ridondanza, di ripetitività, di quella ostentazione tecnica e concettuale che spesso si rimprovera al progressive duro e puro. Un classico immortale già dal giorno dopo la sua pubblicazione, un disco che trascende il rock, il prog, il metal e qualsiasi altra definizione e che va incasellato solo e soltanto alla voce “Tool”, un disco che sarebbe stato superato solo cinque anni dopo dal mastodontico e vicino alla perfezione “Lateralus”.