
Suona sempre un po’ strano, per chi ne (ri)conosce l’inscalfibile genio, ricordare che il maggior successo commerciale di Nick Cave and The Bad Seeds sia un disco abbondantemente fuori dal percorso sonoro della band come Murder Ballads, visto il livello qualitativo di una produzione che ha toccato apici assoluti e che ha trovato invece massima diffusione proprio grazie a dieci “ballate omicide”. Eppure, a ritornarci sopra con il senno di poi, non si può non pensare come la poetica di Nick Cave, la sua abilità descrittiva, il suo modo peculiare di raccontare storie, la sua passione per il nero inteso come sfumatura della vita (e della morte, va da sé), siano praticamente fatte apposta per questo genere di narrazione a metà strada tra il noir, il thriller e l’horror. Un genere che, per dovere di cronaca, era tale ben prima che Cave gli desse attenzione.
Il singolo Where The Wild Roses Grow è il grimaldello con cui i Bad Seeds si fanno strada nel cuore di una fetta di pubblico nuova rispetto a quella abituata ad ascoltarli: la collaborazione con la popstar Kylie Minogue (lei sì abituata ai piani alti delle classifiche), il meraviglioso e lugubre videoclip che la vede recitare accanto allo stesso Cave, la melodia agrodolce e l’intreccio delle voci dei due, sono tutti elementi che fanno crescere da subito l’attesa per un disco che, in realtà, al suo interno ha ben altro svolgimento, tanto nelle intenzioni quanto nella forma. Gli episodi di cronaca nera pescati qua e là nel tempo (alcuni realmente accaduti e tramandati, altri frutto della penna di Cave) si susseguono senza soluzione di continuità emotiva, intrise di un unguento dove blues lercio e folk scurissimo sono gli ingredienti più in risalto (ma fa capolino anche il lugubre western di Lonely Creature), al pari della furia omicida, del mistero che accompagna fino alla soluzione finale dell’enigma, del punto di vista della narrazione che varia dalla vittima al carnefice a seconda dei momenti.
C’è sempre un uomo e c’è sempre una donna in queste storie, come da tradizione, e di donne in realtà ce ne sono tante anche nel disco stesso: oltre a Minogue, di certo il personaggio più in vista, ci sono anche altre presenze femminili, riconoscibili o meno: PJ Harvey spedisce altissime in cielo Henry Lee e la conclusiva Death Is Not The End (brano di Bob Dylan dove compaiono anche Anita Lane, Shane MacGowan, Blixa Bargeld e ancora una volta Minogue), una presenza ingombrante tanto nelle due tracce quanto nella vita di Nick Cave, che ai tempi le era legato sentimentalmente; oppure il pianto femminile che di colpo sfregia The Kindness Of Strangers, acuendo il senso di impotenza di una vittima di fronte al suo carnefice. E poi la strage dall’accurata descrizione di O’Malley’s Bar o quella ai limiti dello splatter dell’iniziale Song Of Joy, i brani più datati della tracklist dai quali prende spunto Cave per decidere di realizzare un disco del genere, in cui potergli rendere giustizia.
Con una disarmante semplicità nel sapersi immergere fino al collo in una pece densa e scurissima, Nick Cave dipinge così il suo personalissimo omaggio a un mondo, quello della murder ballads, che gli apparteneva e gli appartiene ancora per concetto. Un mondo dove amore e morte, pathos e depressione, rose rosse e coltelli, s’intrecciano fin quasi a fondersi l’uno con l’altro.
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