
Gli Arctic Monkeys sono stati con ogni probabilità la prima vera dimostrazione pratica, applicata alla musica, dell’hype folle che la circolazione su internet poteva e può ancora far montare. Formatisi a inizio millennio a Sheffield, il loro esordio sarebbe uscito solo il 23 Gennaio del 2006, ma già a metà dell’anno precedente il nome degli Arctic Monkeys era sulla bocca di mezza Inghilterra e non solo. Quei pochi demo diffusi stavano già raccogliendo più di quanto Alex Turner e soci sperassero, tanto che persino NME azzardò una mossa, dedicandogli una prima pagina (quando ancora le riviste cartacee si vendevano) sorprendente per una band con ancora zero album all’attivo, anche perché il magazine ne parlava come “della band più importante della nostra generazione”. Insomma, un’investitura non da poco in un paese in cui la musica era ed è una cosa seria oltre che un enorme fattore culturale.
Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not arriva così quando gli Arctic Monkeys non hanno più quasi bisogno di presentazioni. E arriva come un uragano, forte di una manciata singoli che colpiscono subito nel segno per il modo impertinente con il quale mettono insieme un po’ di indole punk seventies con un sacco di Jam e altri spunti da quell’indie rock che proprio in quegli anni andava per la maggiore. I Bet You Look Good On The Dance Floor e When The Sun Goes Down tracciano la strada prima dell’uscita del disco, seguiti poi da The View From The Afternoon e Fake Tales Of San Francisco, che rafforzano la posizione degli Arctic Monkeys in tutte le classifiche di quell’anno (sarà persino l’album di debutto col maggior numero di copie vendute nella prima settimana) e sui dancefloor indie rock, durante i quali diventerà impossibile non imbattersi in almeno una traccia estratta dal disco (tra cui l’arcinota Mardy Bum, che non diventerà singolo ma è come se lo fosse).
Altro elemento che decreta il successo di “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not” sta nei testi di Turner, che non fa altro che dare uno sguardo tanto semplice quanto efficace a ciò che fin da adolescente vedeva intorno a sé nelle notti dei sobborghi di Sheffield: una miriade di giovani, per lo più clubber, intenti a trovare un modo per resistere alla noia della provincia senza magari rimetterci la pelle. Quindi storie di piste da ballo luride, di alcol a fiumi, di risse col primo buttafuori/poliziotto che capita a tiro, di prostitute agli angoli delle strade, tutte storie che gli Arctic Monkeys declinano con un piglio tanto violento (e chitarre graffiano eccome, così come spicca l’irruenza della sezione ritmica) quanto sardonico. L’unico approccio possibile, nella sostanza, per una band di poco più che adolescenti.
La lungimiranza della Domino, che aveva già assoldato altri fenomeni dell’indie rock come i Franz Ferdinand raccogliendo i frutti della devastante ondata indie rock di inizio millennio, trasla così da internet alle riviste del mondo intero una band di ragazzini stilosi e con le idee chiare, dando sapientemente in pasto a un mercato vorace come quello britannico la best new thing necessaria a far dimenticare i Libertines, che s’erano appena sciolti lasciando orfani una miriade di giovani inglesi.
