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Toxicity, l’urlo dei System Of A Down

Non che ci fosse qualche dubbio al riguardo, ma abbiamo visto e toccato con mano cosa rappresentano ancora oggi i System Of A Down lo scorso 6 Luglio a Milano in occasione dell’unica data italiana del loro tour europeo, ottantamila urlanti anime al loro cospetto. Una band praticamente ferma discograficamente al 2005 se escludiamo giusto un paio di altri singoli, una band che anche in quanto ad attività dal vivo si fa desiderare eccome. Ma nonostante ciò acclamata e idolatrata come poche altre in circolazione, sold out tutti i loro concerti in stadi e location da parecchie decine di migliaia di biglietti, sold out gli incontri paralleli dei membri della band con i fan, sold out il merch, sold out qualsiasi cosa li riguardi. E se tutto ciò accade ancora oggi, nonostante le lunghe e persistenti “assenze”, lo si deve in larga parte a Toxicity, il loro secondo lavoro in studio dato alle stampe il 4 Settembre del 2001. Una settimana esatta prima di quell’11 Settembre che avrebbe modificato il corso della storia dell’umanità.

L’hard rock che incontra il folk armeno, il metal che flirta con le melodie mediorientali, l’hardcore che si fonde con l’acustica, tutti elementi che sembrerebbe folle pensare di ritrovare all’interno di un solo disco ma che i System Of A Down di “Toxicity” − ma la strada era già stata segnata dall’omonimo esordio del 1998, sebbene decisamente meno a fuoco − riescono a piazzare anche all’interno di un singolo brano. In un modo che tutt’oggi nessuno è riuscito a replicare in maniera altrettanto convincente, con il basso di Shavo Odadjian e la batteria di John Dolmayan che pestano come dei forsennati mentre la chitarra di Daron Malakian tesse cento trame contemporaneamente, tutte a dir poco schizofreniche. Ci stanno i Korn e gli Slayer nella musica dei System Of A Down, i Rage Against The Machine e i Pantera, tutto un mischione di insegnamenti che vengono presi e setacciati dal mondo di confine della band.

E poi c’è Serj Tankian che alterna la sua performance tra urla mefistofeliche e vocalizzi dannatamente melodici, a partire dalle dissonanze dell’iniziale Prison Song in cui entrambe queste anime della voce della band convergono egregiamente. Il pezzo si scaglia contro la gestione delle carceri e il loro sovraffollamento, ma non è ovviamente il solo a occuparsi di argomenti sensibili: Needles tratta le dipendenze e la mancanza di assistenza pubblica, Deer Dance condanna la violenza della polizia durante le manifestazioni, la title track denuncia la tossicità della società americana e in modo particolare della città di Los Angeles (parodiata già nella copertina del disco che riprende l’iconica scritta “Hollywood”) e via discorrendo in quattordici tracce che in quasi un’ora scandagliano tutto ciò che di sbagliato i System Of A Down vedevano attorno a loro in quell’esatto momento storico (e a ritroso negli anni).

Temi politici che stavano tanto a cuore a un ragazzo dichiaratamente di sinistra come Tankian, che già all’indomani dell’11/09 uscì sul sito ufficiale della band con un saggio intitolato “Understanding Oil”, incentrato ovviamente sull’analisi degli avvenimenti appena accaduti come conseguenza dell’annosa ingerenza statunitense in Medio Oriente, attirandosi le ire di gran parte degli americani ma soprattutto dei compagni di band, non propriamente contenti di rischiare di mandare al macero l’immediato successo del nuovo album. Ma a dirla tutta sarebbe potuto bastare già solo il contenuto del disco − oltre alle origini armene dei quattro − a nuocere al lancio di “Toxicity”: il singolo Chop Suey! venne in qualche modo boicottato da radio e TV a causa di un verso in particolare, “I don’t think you trust in my self-righteous suicide”, dall’interpretazione rischiosa alla luce di quanto appena accaduto (e per le stesse motivazioni anche Jet Pilot subì lo stesso trattamento). Ma la censura, si sa, ottiene spesso effetti diametralmente opposti a quelli desiderati, così “Toxicity” schizza in cima ad ogni classifica di vendita e il nome dei System Of A Down diventa inarrestabile a livello globale.

L’attenzione per il dettaglio che i System Of A Down mettono in “Toxicity” (complice anche il meticoloso apporto del produttore Rick Rubin, di nuovo con loro dopo l’esordio e dopo averli praticamente scoperti e portati all’American Recordings), i testi drammaticamente cupi e viscerali, la perizia tecnica della band e il modo stesso di incastrarsi fra loro facendo incontrare rumore e melodia, la bizzarria e la versatilità delle soluzioni trovate, la rabbia travolgente e incendiaria che contiene, segnarono così il successo di un disco che è diventato negli anni un vero e proprio classico del nuovo millennio, nonché una delle più riuscite manifestazioni sonore dell’intero panorama nu-metal dentro al quale spesso i System Of A Down vengono fatti rientrare. Ecco spiegato perché, con vent’anni di silenzio discografico alle spalle, i System Of A Down sono ancora oggi così debordanti.