Pearl Jam: 20 anni di Yield

Dopo tre album prettamente grunge, “Ten” del ’91, “Vs.” del ’93 e “Vitalogy” del ’94, i Pearl Jam nel 1996 escono con “No Code”, lavoro di rottura che segna il definitivo allontanamento della band dal vecchio canovaccio: meno rabbia, l’eco della collaborazione con Neil Young in sottofondo e, più in generale, una ricerca quasi sperimentale nei suoni. Eddie Vedder vive un periodo di stanca, tanto che proprio all’indomani di “No Code” è proprio lui − in contrapposizione con il canonico ruolo del frontman accentratore − a chiedere ai compagni di mettersi essi stessi maggiormente alla prova con la scrittura. Il risultato è Yield, in cui Stone Gossard, Jeff Ament, Mike McCready e Jack Irons si dividono pressoché equamente la paternità dei pezzi, lasciando piena libertà a Vedder dal punto di vista delle lyrics. “Yield”, primo album davvero collettivo dei Pearl Jam, è per sua natura un lavoro vario, che non ha inni rock come i suoi predecessori (anche se Given To Fly lo diventerà inevitabilmente) ma sa essere critico quanto basta (Do The Evolution, uno dei pochi videoclip estratti dalla discografia dei Pearl Jam), sa essere delicato come una ninna nanna (Wishlist) e toccare le corde del blues (No Way), con un sound pulito che spezza la sporcizia evidenziata fino a quel momento dalla band. Da questo momento in poi i Pearl Jam saranno un’esperienza nuova, cambieranno del tutto approccio discografico inaugurando una nuova stagione della loro carriera che li vede tutt’ora alfieri mondiali del rock da arena.

DATA D’USCITA: 3 Febbraio 1998
ETICHETTA: Epic

A proposito dell'autore

Emanuele Brunetto

Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.

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