Home EXTRA ANNIVERSARI Pearl Jam: 25 anni di Vitalogy

Pearl Jam: 25 anni di Vitalogy

Investiti nel 1991 dal ciclone “Ten”, bissato poi due anni dopo con “Vs.”, i Pearl Jam del 1994 sono una band problematica e durante i lavori che portano alla realizzazione di Vitalogy succede di tutto: Kurt Cobain decide di farla finita e di portare con sé quel malato terminale che era il grunge, ormai involontariamente diventato rock da classifica in barba ad ogni iniziale intenzione; il batterista Dave Abruzzese, con quel suo fare da duro e la fissa per le armi e la caccia, sta sul cazzo a Eddie Vedder come pochi altri; lo stesso Vedder avrebbe voluto che i Pearl Jam iniziassero a guardare altrove per cercare ispirazione, magari al maestro Neil Young più che ai colleghi di generazione.

Insomma, ce n’era abbastanza perché le cose potessero andare storte, invece i pezzi del puzzle prendono rapidamente posto: ad Abruzzese viene concesso di incidere il disco con la band, ma dopo avrebbe dovuto salutare (lascerà il posto all’ex Red Hot Chili Peppers Jack Irons), con “Vitalogy” che diventa così la lettera d’addio dei Pearl Jam a ciò che erano stati per quei pochi, pochissimi ma seminali anni. E l’addio che i Pearl Jam danno al grunge è per contrappasso il loro disco più grunge, il più punk e duro di una produzione fino a quel momento perfetta. Il singolo Spin The Black Circle col suo attacco al fulmicotone, l’iniziale Last Exit o Whipping sono la risposta dei Pearl Jam all’irruenza garage di formazioni come i Mudhoney, una rabbia sputata fuori più per essere esorcizzata che cavalcata.

Al tempo stesso, la ricerca di una nuova strada porta i Pearl Jam a inserire in “Vitalogy” numerosi spunti sperimentali: è il caso, emblematico, della conclusiva Hey Foxymophandlemama, That’s Me (conosciuta anche come Stupid Mop), un pastone psichedelico di quasi otto minuti, oppure della fisarmonica sbilenca di Bugs o, ancora, dell’intermezzo quasi funk di Pry, To e delle vene blueseggiate di Aya Davanita. Ma “Vitalogy” non è solo ardore e sperimentazione, perché i Pearl Jam – e in modo particolare Eddie Vedder – avevano già dimostrato di saper anche rallentare i ritmi con ballate da pelle d’oca (vedi la “Black” di “Ten” o la “Indifference” di “Vs.”) e ciò che gli serviva era trovare il giusto compromesso per incastonare la sensibilità di Vedder negli equilibri della band. In “Vitalogy” il passo si compie definitivamente, con le meravigliose Nothingman, Better Man e Immortality che spalancano le porte a ciò che sarebbero stati i Pearl Jam negli anni a seguire.

Consapevolmente o meno, con “Vitalogy” i Pearl Jam minano e fanno saltare in aria per sempre, dopo averlo percorso per un’ultima, lunghissima volta, il ponte immaginario che li aveva inscindibilmente legati al grunge e al Seattle sound, orientandosi da quel momento in poi su una dimensione fatta di rock più classico. Da considerare come l’ideale ultimo tassello di una trilogia, la chiusura dell’era grunge dei Pearl Jam.

DATA D’USCITA: 22 Novembre 1994
ETICHETTA: Epic

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.