Home EXTRA ANNIVERSARI The Cure: 40 anni di Seventeen Seconds

The Cure: 40 anni di Seventeen Seconds

Con “Three Imaginary Boys” (1979), il loro esordio sulla lunga distanza, i Cure avevano chiuso il decennio simbolo del punk inglese provando a spalmarci sopra qualcosa di proprio, o meglio qualcosa che rappresentasse in maniera più stringente la personalità del frontman – termine azzardato, a quei tempi, se accostato a lui – Robert Smith: le melodie, roba che con la ruvidezza del punk aveva poco a che fare. Oltre a Smith, che scrive i pezzi, ci mette la voce e suona la chitarra, nei Cure degli esordi ci sono Lol Tolhurst alla batteria e Michael Dempsey al basso, un trio che di punk aveva solo gli ascolti, le frequentazioni e la forma, proiettato già com’era verso quel “post” di cui avrebbero scritto alcune delle pagine più importanti.

La prima di queste pagine arriva l’anno seguente il debutto e coincide con l’ingresso in formazione di Simon Gallup, che prende il posto di Dempsey al basso. Lo stile di Gallup risponde perfettamente a ciò che Smith aveva in mente per la sua creatura, ovvero rendere più ovattate e rarefatte le coltellate dritte al cuore inferte dai Joy Division in quegli anni. Seventeen Seconds nasce da questa visione di Smith e inaugura a tutti gli effetti il percorso dei Cure per come saranno poi conosciuti e apprezzati. Dopo la strumentale che apre il disco, A Reflection, che rende già chiare – nel senso di scure – le atmosfere su cui si srotolerà la tracklist, è Play For Today a far comprendere appieno ciò che s’è detto riguardo Gallup: basso pulsante e grasso, giri ossessivamente ripetuti che giocano a rimpiattino con la batteria minimale di Tolhurst. Sta tutta qui la formula di quei primi seminali Cure.

Se Gallup aveva portato linfa vitale all’immaginario voluto da Smith, non da meno è l’apporto delle tastiere di Matthieu Hartley, anch’egli nuovo innesto in formazione che aiuta non poco a riempire gli spazi lasciati vuoti dal minimalismo del resto della strumentazione, con In Your House che le erge a sommesse protagoniste. Il brano simbolo di “Seventeen Seconds” (e un po’ dell’intera produzione di Smith e soci), A Forest, raccoglie il meglio di quei Cure e lo moltiplica all’infinito per sei lunghi, interminabili minuti: la foresta di Robert Smith è buia, è fredda, è umida e inospitale, è il posto in cui nessuno vorrebbe perdersi e perderci l’anima ma da cui tutti, prima o poi, devono passare.

Insieme ai successivi “Faith” (1981) e “Pornography” (1982), che ne saranno l’ideale completamento, “Seventeen Seconds” rappresenta il primo capitolo della cosiddetta “trilogia dark”, il biglietto da visita con cui i Cure paleseranno la propria ingombrante e duratura presenza nella storia della musica, i germi di un’evoluzione che li avrebbe portati negli anni a seguire a inanellare tanti successi quante metamorfosi, sempre all’insegna delle linee guida messe a punto in quel 1980 fatto di smantellamento del punk e proiezioni new wave.

DATA D’USCITA: 22 Aprile 1980
ETICHETTA: Fiction

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.