Manic Street Preachers

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Prendete il Galles depresso di fine anni ’80, una passione sfrenata per i Guns N’ Roses, il comunismo, look glam a go-go, provocazioni in quantità industriale e tanto, tantissimo talento. Non potevano che uscirne fuori i Manic Street Preachers, band piena di contraddizioni ma capace al tempo stesso di risorgere più forte di prima dopo una tragedia immane (la scomparsa del chitarrista Richey Edwards l’1 Febbraio del 1995, dichiarato morto solo nel 2008). Immuni alle mode del momento, i gallesi si sono reinventati più volte: è dunque fondamentale per chi li apprezza conoscere la storia della loro discografia.

GENERATION TERRORISTS (1992) – I Manics hanno sempre avuto una passione per Axl Rose e soci e in questo loro esordio si sente. Eccome se si sente. Eccessivo, a tratti pacchiano ma indubbiamente efficace: diciotto tracce esplosive per mettere subito le cose in chiaro.

Brano consigliato: Motorcycle Emptiness – In breve: 3,5/5 

GOLD AGAINST THE SOUL (1993) – A tratti spensierato come il predecessore, ma al contempo riflessivo e malinconico: è questo il sottile equilibrio del secondo lavoro in studio dei gallesi, non sempre convincente ma con una manciata di brani eccellenti.

Brano consigliato: Roses In The Hospital – In breve: 3/5

THE HOLY BIBLE (1994) – La band riordina le già buone idee e centra il bersaglio grosso. Un album schizofrenico ma coerente, perennemente nervoso e combattuto come l’animo di Richey Edwards, destinato ad abbandonarci poco dopo. Se la bibbia cristiana è divisa in antico e nuovo testamento, quella dei Manics è più semplicemente il testamento di Edwards.

Brano consigliato: 4st 7lb – In breve: 4,5/5

EVERYTHING MUST GO (1996) – Dopo la scomparsa (nel senso letterale del termine: non si saprà mai che fine abbia fatto) di Edwards e i successivi mesi di travaglio, i Manics decidono di continuare versando il 25% delle royalties ai familiari dell’amico. Le emozioni devastanti di quel periodo contribuiscono a dare luce al capolavoro della band gallese, che risorge dalle ceneri sposando il britpop nella sua accezione più positiva. Commovente.

Brano consigliato: A Design For Life – In breve: 5/5

THIS IS MY TRUTH TELL ME YOURS (1998) – All’apice del successo, la band non cambia formula e stile rispetto al lavoro precedente: stavolta il livello medio è un filo più basso, ma la poesia abbonda e i quattro singoli estratti entrano di diritto tra i migliori brani della carriera dei gallesi. Mica roba da poco.

Brano consigliato: If You Tolerate This Your Children Will Be Next – In breve: 4,5/5

KNOW YOUR ENEMY (2001) – L’infelice scelta dei singoli causa un flop commerciale che non offusca uno dei momenti più alti della carriera dei Manics. Un diamante grezzo fatto di chitarre sporche che si scontrano con melodie straordinarie e testi anticapitalisti in coerenza col proprio credo politico. Il concerto cubano davanti a Fidel Castro rappresenta la perfetta conclusione del momento d’oro dei gallesi.

Brano consigliato: Intravenous Agnostic – In breve: 5/5

LIPSTICK TRACES (A SECRET HISTORY OF MANIC STREET PREACHERS) (2003) – Interessantissima raccolta di b-side, cover e rarità. Il livello medio è decisamente alto, come testimonia il brano consigliato, un inedito pubblicato per l’occasione.

Brano consigliato: Judge Yr’self – In breve: 3,5/5

LIFEBLOOD (2004) – Cambiamento radicale rispetto a “Know Your Enemy”. I momenti buoni non mancano, ma le sonorità rimangono troppo soft per convincere appieno. Sbandata preoccupante, ed è solo l’inizio.

Brano consigliato: 1984 – In breve: 2,5/5

SEND AWAY THE TIGERS (2007) – Ennesima resurrezione per Bradfield e soci, autori di un altro grande disco, stavolta improntato all’easy listening più radiofonico. Terreno scivoloso? Nessun problema, perché il materiale è di primissimo livello. Memorabile la collaborazione con Nina Persson.

Brano consigliato: I’m Just A Patsy – In breve: 4/5 

JOURNAL FOR PLAGUE LOVERS (2009) – La band prova ad imbastire un “The Holy Bible 2.0”, ricorrendo alla stessa artista per l’artwork (l’ottima Jenny Saville) e ai testi di Richey Edwards tratti da un suo diario. Omaggio disinteressato o mossa ruffiana? Quel che conta è il risultato, assolutamente positivo nella sua furia punk.

Brano consigliato: Peeled Apples – In breve: 3,5/5

POSTCARDS FROM A YOUNG MAN (2010) – Dopo la canzone suggerita (non a caso la prima traccia, appena sufficiente), il disastro: non si salva nulla di questo inno alla pacchianaggine, che macchia indelebilmente la gloriosa discografia dei gallesi. Troppo brutto per essere vero.

Brano consigliato: (It’s Not War) Just The End Of Love – In breve: 1/5 

REWIND THE FILM (2013) – Due album di inediti pubblicati a stretto giro: idea ambiziosa, ma che va a cozzare con una crisi creativa ormai conclamata. I riempitivi inevitabilmente abbondano: peccato, perché qualche canzone interessante ci sarebbe anche. Soporifero.

Brano consigliato: Show Me The Wonder – In breve: 1,5/5

FUTUROLOGY (2014) – Seconda parte del progetto sopra menzionato: lo stile cambia (sonorità meno soft rispetto al disco precedente), ma non la sostanza. Un paio di brani degni di nota, ma se si ascolta l’album da cima a fondo il giudizio non può che essere impietoso.

Brano consigliato: The Next Jet To Leave Moscow – In breve: 1,5/5