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Algiers – There Is No Year

Una premessa è doverosa: gli Algiers non hanno ancora fatto un album indimenticabile. There Is No Year, il terzo disco pubblicato per la Matador Records, è uscito pochi giorni fa e probabilmente neanche questo lavoro riuscirà a far arrivare la band di Atlanta in cima alle classifiche e tra le fila degli headliner nei festival. Ma a noi importa? Probabilmente no, e neanche a loro, anzi sono i primi a “scherzare” sulla difficoltà da parte di critica e pubblico nel definire il loro genere musicale, come hanno fatto con quel singolo pazzesco in spoken word uscito d’improvviso nell’Agosto 2019, “Can The Sub Bass Speak?” (che inspiegabilmente non è stato inserito nel disco).

Se l’album della svolta non è arrivato, il sound originale e riconoscibile infatti c’è sempre stato e in questo ultimo lavoro si presenta ben confezionato e più elegante, ma non meno d’impatto. Basta sentire i primi quaranta secondi della traccia d’apertura: dopo quell’intro di sintetizzatori ci si aspetta una voce baritonale da Ian Curtis o tutti i suoi imitatori, invece arriva Franklin James Fisher che sbatte gospel e r’n’b sul post-punk con un’efficacia unica e una bella dose di incazzatura.

Si parlava prima di eleganza, intesa qui come un ritrovato equilibro tra l’anima più raffinata e sperimentale (il “soul” di Fisher) e le bordate hardcore che possono soprattutto testimoniare quelli che hanno visto gli Algiers dal vivo. Per alcuni la mancanza di aggressività rispetto ai primi due dischi potrebbe essere sinonimo di noia, ed effettivamente la tracklist si perde un po’ al centro appesantendo il viaggio attraverso il disco, ma agli estremi della lista ci sono forse le migliori canzoni scritte dalla band.

Dopo la già citata traccia d’apertura There Is No Year e la seguente Dispossession, si sbadiglia e ci si stranisce un po’ (da dove esce la michaeljacksonata Chaka? Colpa dei produttori?), per poi arrivare a una delle tracce più belle uscite in assoluto durante questo Gennaio 2020, We Can’t Be Found, non a caso scelta come singolo di lancio. Tutto perfetto, dalla strofa all’intensità del ritornello, tra Bauhaus e TV On The Radio. Poi alla fine la tracklist finisce col pezzo più riconducibile al sound passato della band, Void, che ci fa galoppare via dal disco verso altri ascolti su Spotify.

Tre o quattro canzoni valide (e non sono poche) sono sufficienti per farci ricordare di questo disco tra qualche mese, in un periodo in cui escono trenta nuovi album a settimana? Forse la consacrazione definitiva arriverà prossimamente, nel frattempo è meglio non perderseli dal vivo in qualsiasi occasione capiti a tiro, che lì si va sempre sul sicuro.

(2020, Matador)

01 There Is No Year
02 Dispossession
03 Hour Of The Furnaces
04 Losing Is Ours
05 Unoccupied
06 Chaka
07 Wait For The Sound
08 Repeating Night
09 We Can’t Be Found
10 Nothing Bloomed
11 Void

IN BREVE: 3/5

Stefano D. Ottavio
Bassista nei SICA, diviso fra Torino e Bologna, mette per iscritto le sue opinioni sulla musica così da evitare di rompere le palle degli amici a voce.