Home INTERVISTE His Electro Blue Voice: «La coerenza alla base»

His Electro Blue Voice: «La coerenza alla base»

Le band italiane che possono vantare riscontri positivi fuori dai nostri confini si contano sulle dita di poche mani. Ancora meno i gruppi che, oltre ai riscontri, hanno ottenuto anche un contratto con una di quelle etichette discografiche avvolte da un’aura di sacralità. Gli Uzeda con la Touch And Go, sì… e poi? E poi, oggi, gli His Electro Blue Voice, finiti niente poco di meno che sotto l’ala protettrice della Sub Pop, una label che a scatola chiusa è garanzia di qualità 99 volte su 100. Un esordio, il loro “Ruthless Sperm”, arrivato dopo una lunga gestazione e marchiato a fuoco dalla storica etichetta di base a Seattle. E che per il suo approccio ruvido e il suo valore sta riscuotendo ampi consensi tanto in Italia quanto all’estero. Di questo e di tanto altro abbiamo discusso con Francesco Mariani, fondatore, voce, chitarra e anima del progetto His Electro Blue Voice.

Francesco, inutile girarci intorno: partiamo da quel contratto con Sub Pop che vi sta dando una visibilità altrimenti inimmaginabile. Come siete finiti a incidere per un’etichetta mitologica come questa?
Durante la registrazione del disco ci è arrivata una mail da parte loro, per congratularsi dei nostri pezzi passati. Da quel momento ci siamo sentiti parecchio, fino alla proposta di partecipare alla compilation “Sub Pop 1000” con il brano inedito Kidult scritto appositamente per l’occasione. Successivamente si è incominciato a parlare del disco vero e proprio che era già pronto. Quello che abbiamo consegnato è poi stato stampato così come pensato e registrato, senza nessuna direzione da parte loro.

Credete sia stato un elemento in particolare ad aver convinto i boss della Sub Pop a darvi una chance?
Penso che la coerenza negli intenti sia stata la cosa che poi ci ha caratterizzato, almeno per quello che facciamo. Di certo avere avuto 7″ pubblicati per etichette americane come Sacred Bones e S-S già dai primi passi ci ha aiutato veramente tanto.

“Ruthless Sperm”: quanto c’avete messo a metterlo in piedi? Si sente che non è un album improntato in una settimana, che c’è un lavoro temporalmente sostanzioso dietro.
Certo. Siamo sempre stati abituati a fare 2-3 pezzi all’anno. Mai di più. Durante la stesura di “Ruthless Sperm” sono stato praticamente sempre a casa a fare demo per tutto l’autunno e l’inverno, fino ad arrivare ad una trentina di idee più o meno sensate. Con Andrea Napoli mi sono contemporaneamente confrontato e abbiamo deciso quali sarebbero stati i pezzi da portare in studio.

Che significato e che importanza date alla forma canzone? In “Ruthless Sperm” si coglie una sorta di “destrutturazione organizzata” della canzone classicamente intesa, eppure la vostra indole punk – quindi semplicità e linearità – è fortissima.
Non mi piace ci siano ripetizioni. Non mi interessa l’omogeneità delle soluzioni di struttura nei brani, che solitamente contraddistinguono la band creandone poi uno stile per la durata del disco. Lo stile di HEBV è semplicemente rifarsi alla storia del rock, riprendere 40 anni di musica, giocarci un po’ e metterci sopra delle parole qua e là in determinate zone, senza pensare a ritornelli ad effetto che ti si stampano in testa. In questo caso penso che Born/Tired contenga il primo pseudo ritornello mai fatto da noi. E’ capitato, ci è piaciuto e poi via con una coda che fa dimenticare da dove si è partiti.

I testi di “Ruthless Sperm”, uniti alla sporcizia che trasuda il vostro sound, vanno a creare uno scenario ossessivo e malato. Qual è il messaggio di fondo dell’album?
Nulla di interessante, per me che ci vivo dentro. Chiaro che qualcosa vorrei comunicare in effetti. Semplice e banale malessere messo in rumore.

Il “Do It Yourself” di fugaziana memoria pare appartenervi in pieno. Vi auto-producete, pensate voi stessi agli artwork, evitate “intrusioni” esterne. In un’epoca come la nostra ha ancora senso un approccio del genere?
Ripercorrere le orme di chi in passato o tuttora dimostra genuinità è la base. Andando avanti di sicuro mi accorgerò che sarà sempre più una porcheria questo mondo e che non è limpido come me lo immaginavo quando ho iniziato. Spero di poterlo vivere sulla pelle, senza farmi abbattere da chi magari vorrà dirci cosa dobbiamo fare per interesse temporaneo.

A tal proposito, credete che la vostra intransigenza artistica possa riuscire a far divenire definitivamente la musica il vostro lavoro?
Troppo difficile dire cosa ci sarà da qui a 20 anni. Con la gente giusta puoi fare tutto volendo. Nonostante possa avere delle sensazioni positive ciò non toglie che i membri della band siano liberi di fare quello che vogliono, andarsene e farsi i fatti propri. Al momento vedermi come solista dal vivo non mi attrae. Per quanto riguarda invece registrare canzoni, quello sì, mi piace, isolarmi un po’ e fare ciò che mi pare.

Oltre alle evidenti venature new wave, punk, post punk e via dicendo che vi si affibbia, rimanendo in Italia ci piace fare un parallelismo fra voi e i CCCP. E’ una fesseria, la nostra, o un’influenza di fondo c’è?
I CCCP sono il mio gruppo ABC punk a caso preferito italiano, come lo sono i Sangue Misto per il rap. “1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi del conseguimento della maggiore età” e “SXM” per me hanno lo stessa valore, dieci anni prima, dieci anni dopo. “Emila Paranoica” è un pezzo che dovrebbero conoscere tutti i fan del genere, in primis fuori dall’Italia. Una notte ho provato su Facebook a girare il brano a Ted Falconi dei Flipper, ma mi ha detto che non funzionava il link. Dunque nulla.

Sembrate piuttosto avulsi da qualsiasi dinamica di “scena”, per come la si intende oggi in Italia. Che rapporto avete col nostro Paese in senso strettamente artistico?
Gruppi fighi ce ne sono. Avendo girato poco live ci è difficile rapportarci con le altre band. Potrebbe essere che i nostri prossimi “migliori amici” siano una band che non c’entra nulla con quello che facciamo. E’ già un problema rimanere in sintonia per anni con i membri del proprio gruppo, pensa te con altre band. Sicuramente nasceranno amicizie che ci porteranno a condividere questa passione, ma immagino che i più saranno solo di passaggio.

Nonostante siate in pista da un bel po’ di anni, avete cominciato solo adesso a esibirvi dal vivo. Come sta cambiando la dimensione della band con questa nuova esperienza?
Della formazione originale sono rimasto solo io attualmente. Alla batteria è entrato Andrea e al basso Federico. Stanno venendo fuori un po’ di date tra Italia ed estero. Punk noise alla buona e se si sbaglia una nota o uno stacco va bene lo stesso.

Adesso che incidete per una label di quelle con la “L” maiuscola e che in tanti parlano di voi, come state progettando le vostre prossime mosse?
Live a parte, non sto scrivendo un pezzo nuovo da un anno. Ho bisogno di immagazzinare tanto tanto e poi buttarlo fuori. Non so proprio cosa potrà venire fuori con le prossime registrazioni. Per il momento sono contento quando riesco a prendere appunti per quello che vorrei inserire in futuro.

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.