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Nirvana

Più ce ne allontaniamo, più anni mettiamo di mezzo tra l’oggi e gli anni Novanta, più ci rendiamo conto di quanto quel decennio sghembo abbia segnato in modo indelebile la storia del rock. Con i Nirvana la questione s’era fatta seria fin da subito, non s’era resa necessaria alcuna decantazione per comprendere quanto quei tre ragazzi stessero totalmente sovvertendo gli equilibri del rock alternativo, regalandogli una ribalta che nessuno avrebbe mai potuto solo immaginare, tirandolo fuori dai sottoscala e dai garage umidi, inaugurando la corsa delle major per accaparrarsi fino all’ultima di quelle band rumorose, le sfide a colpi di copertine delle riviste, le scalate alle chart a discapito di fenomeni del pop fino a quel momento inarrivabili. Eppure se c’era qualcuno che tutto quel clamore lo pativa era proprio Kurt Cobain: le dipendenze, una sensibilità superiore alla media, le condizioni di salute perennemente precarie erano al tempo stesso causa ed effetto di un malessere che giorno dopo giorno si faceva sempre più corrosivo e che lo portò a farla finita ad appena 27 anni, lasciando un’intera generazione orfana di quella che aveva eletto come propria voce, sebbene non si fosse mai candidata ad esserlo. Con appena tre dischi di inediti i Nirvana quel decennio l’hanno fatto a brandelli conquistandone i passaggi più significativi, con buona pace di chi − forzosamente alternativo agli alternativi − ha provato a sminuirne la rilevanza.

 

BLEACH (1989)

Alla luce, abbagliante, di ciò che i Nirvana misero in piedi a inizio Novanta, l’esordio sulla lunga distanza “Bleach” ha sempre rischiato di passare in sordina, sottostimato dai più. Eppure se c’è un disco che va considerato la primordiale essenza artistica di Kurt Cobain oltre che un fondamentale tassello dell’intero mosaico grunge, è proprio questo per almeno una manciata di motivi: in primo luogo la sostanza dell’album, un gorgo di distorsioni scure come il catrame, riff semplicissimi ma corrosivi, marcissima indole punk e carta vetrata ad avvolgere le corde vocali di Cobain, ma al tempo stesso un album percorso da melodie ben distinguibili; poi tutto il fondamentale contorno del disco, manipolato dal produttore del grunge Jack Endino, pubblicato dall’etichetta del grunge Sub Pop (resta ancora oggi in assoluto l’album più venduto della label) e registrato in casa ai Reciprocal Recording Studios di Seattle. Tra Melvins e Pixies (due dei maggiori punti di riferimento di Cobain), Sonic Youth e Black Sabbath, i Nirvana in pochissimo tempo partoriscono undici tracce grezze che pongono le basi di una delle esperienze più significative della storia del rock.

Brano consigliato: School – In breve: 4/5

 

NEVERMIND (1991)

Sebbene riconoscenti nei confronti della Sub Pop, i Nirvana erano ben consapevoli di come l’etichetta di base a Seattle non disponesse delle risorse necessarie a lanciarli come avrebbero voluto. Su suggerimento degli amici Sonic Youth, così, a spuntarla è la major Geffen Records, che mette Cobain e soci nelle migliori condizioni per lavorare al loro secondo album, molto atteso visti i riscontri ottenuti da “Bleach”. Registrato ai Sound City Studios di Los Angeles con il produttore Butch Vig, “Nevermind” esce il 24 Settembre anticipato due settimane prima dal singolo Smells Like Teen Spirit e dal suo videoclip in heavy rotation su MTV: l’impatto è devastante nonostante i quattro accordi in croce e un testo non particolarmente espressivo, ma la melodia è ficcante e soprattutto c’è la rabbia di Cobain, quella rabbia che avrebbe fatto tutta la differenza del mondo per le sorti dell’intero disco. Come i maestri Pixies, Cobain inserisce il pop nelle trame acide e rumorose dei Nirvana, tirando fuori una perfetta sequenza di tracce: il basso di Novoselic dà il meglio di sé in In BloomCome As You Are fa storia con quel giro di chitarra sott’acqua, la semplicissima acustica di Polly sconvolge per la crudezza con cui un assassino racconta dello stupro inflitto alla sua vittima, Grohl si scatena come un ossesso in Stay AwayBreedTerritorial Pissings sono punk allo stato puro ripulito dalla fanghiglia, Lithium e On A Plain si giocano tutte le migliori carte a presa rapida, Drain You e Lounge Act danno un attimo di respiro e leggerezza, Something In The Way decomprime con la sua dimessa poetica la rabbia accumulata e chiude il cerchio (in attesa che esploda, nuovamente, la ghost track Endless, Nameless). Tre musicisti di certo non eccelsi, un’indole all’antitesi di quella delle rockstar e il carico di un’intera generazione sulle spalle avevano partorito quello che sarebbe diventato il ponte perfetto tra l’underground e le classifiche, tra il rumore e la melodia, nonché il disco in assoluto più importante degli interi anni Novanta.

Brano consigliato: Come As You Are – In breve: 5/5

 

INCESTICIDE (1992)

Sulla scia dell’inaspettato e sconvolgente successo planetario di “Nevermind”, appena un anno dopo la casa discografica dei Nirvana spinge per uscire con nuovo materiale. Il nuovo materiale in questione sarà in realtà materiale riciclato, ma andrà a dare un interessante sguardo su tracce rimaste fino a quel momento fuori dai due album della band. “Incesticide” comprende così tre cover (Turnaround dei Devo, Molly’s LipsSon Of A Gun dei The Vaselines), l’EP “Hormoaning” uscito solo in Australia e Giappone pochi mesi prima, il singolo pre “Nevermind” Sliver e la sua b-side Dive e una manciata di altri brani più datati tra cui Big Long Now, l’unico vero inedito di “Incesticide”. Una raccolta non fondamentale ma che rende bene l’idea della mole di incisioni realizzate dai Nirvana in pochissimi anni.

Brano consigliato: Big Long Now – In breve: 3,5/5

 

IN UTERO (1993)

“Nevermind” aveva abbattuto ogni record, ma era anche il disco che Kurt Cobain non avrebbe mai voluto fare, quantomeno non come venne dato alle stampe: troppo patinato, troppo levigato, troppo pulito, troppo in antitesi con quello che i Nirvana erano ed erano sempre voluti essere, fondamentalmente dei punk. Cobain fremeva dalla voglia di ritornare al lerciume di “Bleach”, di distaccarsi dalla produzione glitterata di Butch Vig e dalla smania di scalare le classifiche. Voleva, in poche parole, riabilitarsi ai suoi stessi occhi, espiare un peccato che si auto-imputava: il primo passo fu dunque quello di affidarsi a un nuovo produttore e chi meglio di Steve Albini, l’ingegnere del rumore, avrebbe potuto imprimere su disco ciò che i Nirvana erano davvero? “In Utero” è così un disco malato, non solo per i numerosi e continui riferimenti medici, ma soprattutto perché Cobain aveva già maturato da un pezzo la consapevolezza che quel mondo di cui era diventato portavoce era troppo pesante da portare sul groppone. Albini chiude i tre in studio per due settimane di fila, senza distrazioni o interferenze dall’esterno: il risultato è l’essenza stessa dei Nirvana. La rabbia è una coltre spessissima, la disperazione urlata da Cobain lacera le sue corde vocali e l’anima di chi l’ascolta (Scentless Apprentice), l’amore malato con Courtney Love sempre lì sullo sfondo (Heart-Shaped Box), la vendetta come estremo tentativo di riprendersi la propria vita (Rape MeFrancis Farmer Will Have Her Revenge On Seattle), la droga perennemente al suo fianco (Dumb), la morte indotta come palliativo (Pennyroyal Tea). “In Utero” assolve appieno al compito assegnatogli: riporta i Nirvana là dove Cobain voleva stessero, nel fango, nella sporcizia di una vita malsana.

Brano consigliato: Scentless Apprentice – In breve: 5/5

 

MTV UNPLUGGED IN NEW YORK (1994)

Il 18 Novembre del 1993, una manciata di mesi prima del suicidio di Cobain, i Nirvana si ritrovano ai Sony Music Studios di New York per registrare il loro contributo per la rinomata serie degli MTV Unplugged, andato poi in onda il mese seguente. La registrazione ufficiale del live arriverà solo un anno dopo, ma si tratta con poco margine di dubbio di uno dei migliori live della storia del rock. La veste acustica indossata dai Nirvana per l’occasione regala a quelli che ormai erano dei “classici” i gradi dell’immortalità, con alcuni pezzi (vedi Pennyroyal Tea) che traggono nuova linfa dall’indolente e dimessa performance di Cobain. Al contrario di quanto fatto da altri colleghi, i Nirvana non inseriscono in setlist solo i pezzi da novanta del loro repertorio (manca, ad esempio, Smells Like Teen Spirit), puntando piuttosto su un’eccezionale serie di cover, tra cui spiccano una meravigliosa The Man Who Sold The World di David Bowie e il trittico PlateauOh MeLake Of Fire dei Meat Puppets, con i fratelli Chris e Curt Kirkwood sul palco insieme ai Nirvana. La versione in DVD arriverà solo nel 2007.

Brano consigliato: The Man Who Sold The World – In breve: 5/5

 

FROM THE MUDDY BANKS OF THE WISHKAH (1996)

Seconda operazione discografica postuma dopo la scomparsa di Cobain, questo live raccoglie registrazioni estratte da concerti tenuti dai Nirvana nell’arco della loro intera carriera, dal 1989 al 1994, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa. La compilazione, opera di Krist Novoselic, non segue un particolare filo logico e vista la distanza nel tempo delle varie registrazioni il disco pecca anche un po’ in uniformità. Grazie alla tracklist, che comprende gran parte di ciò che era necessario ci fosse, resta comunque un buon spaccato di ciò che era stata la dirompente furia dei Nirvana sul palco.

Brano consigliato: Milk It – In breve: 3/5

 

NIRVANA (2002)

Dopo le pubblicazioni dal vivo, era scontato che prima o poi sarebbe arrivato anche un vero e proprio best of dei Nirvana. Omonimo, esce nel 2002 e naturalmente presenta il meglio − dal punto di vista strettamente commerciale e dei numeri − della produzione di Cobain e soci. La chicca, il motivo per cui anche quest’uscita deve stare in ogni collezione di dischi che si rispetti, è la traccia d’apertura, You Know You’re Right, un inedito inciso dai Nirvana a inizio 1994 in quella che fu la loro ultima volta in uno studio di registrazione.

Brano consigliato: You Know You’re Right – In breve: 3/5

 

WITH THE LIGHTS OUT (2004)

Le problematiche legali sorte tra Courtney Love da un lato e Krist Novoselic e Dave Grohl dall’altro, rallentarono e non poco la costruzione di questo box set contenente svariato materiale inedito dei Nirvana, la cui uscita sarebbe potuta arrivare con qualche anno d’anticipo e di cui si vociferava l’esistenza già da parecchio tempo. Tre i CD del box che tra cover, b-side, live e demo scrivono una storia parallela a quella delle pubblicazioni principali della band. Nel cofanetto è compreso anche un DVD che, a dirla tutta, è la vera ragione d’interesse nei confronti del box set.

Brano consigliato: I Hate Myself And I Want To Die – In breve: 3,5/5

 

LIVE AT READING (2009)

Delle decine di concerti tenuti dai Nirvana nel corso della loro carriera ce n’è stato uno che è passato alla storia come una delle performance più devastanti di Cobain, Novoselic e Grohl. Stiamo parlando del loro set da headliner per la serata conclusiva del Reading ’92, il 30 di Agosto. Dopo anni in cui erano stati disponibili solo bootleg dalla scarsa se non infima qualità, nel 2009 è finalmente arrivata la registrazione ufficiale − tanto audio quanto video − dell’intero live, andando a colmare una lacuna discografica che pesava come un macigno.

Brano consigliato: Territorial Pissings – In breve: 4/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.