Home RECENSIONI Alt-J – An Awesome Wave

Alt-J – An Awesome Wave

Al giorno d’oggi quattro ragazzi che mettono in piedi una band non possono più contare sulla sola forza della propria musica per riuscire a farsi notare. Hanno un’impellente necessità di crearsi attorno l’hype giusto, di beccare le trovate giuste, di non sbagliare nessuna scelta d’immagine e di accaparrarsi le attenzioni del giornalista/talent-scout di turno.

Gli Alt-J da Leeds colgono nel segno sotto tutti i punti di vista, a partire dal nome scelto per la loro creatura: la combinazione dei tasti “Alt” e “J”, infatti, su piattaforma Mac dà come risultante il simbolo “Delta”, ovvero “cambiamento”. Uno a zero per gli Alt-J. Poi il titolo del loro album d’esordio, An Awesome Wave, letteralmente “un’onda impressionante”, altro elemento che crea la giusta dose di aspettative pre-ascolto. Due a zero per gli Alt-J. Infine la strategia di lancio dell’album stesso, anticipato nel corso dei mesi precedenti la sua pubblicazione da un pugno di singoli (e relativi videoclip) intriganti e misteriosi. Tre a zero per gli Alt-J e tutti a casa.

E’ normale, dunque, che con queste premesse ci si attenda che “An Awesome Wave” abbia in sé una certa percentuale di novità. Il che è vero, ma solo in parte. Perché è indubbio che il quartetto riesca a mischiare abilmente mazzi di carte molto diversi fra loro: dal folk psichedelico all’elettronica (spesso attorcigliati fra loro, vedi Breezeblocks, Matilda o Bloodflood), dal soul al r’n’b (presenze costanti nella prova vocale di Joe Newman, vedi Tessellate o Taro), passando per synth che sanno tanto trip hop (Fitzpleasure), post rock (Intro, Something Good), dub e indie pop (Dissolve Me) come se niente fosse.

Una miscela esplosiva, un’onda impressionante che investe l’ascoltatore ammaliandolo per i quaranta e passa minuti di durata dell’album. Nella pratica, però, bisogna ammettere che esser bravi a far frullati non è proprio come cucinare manicaretti al ristorante del Grand Hotel. Ed è per questo motivo che “An Awesome Wave” finisce sì per piacere, e tanto anche, ma con riserva. Che verrà sciolta nel momento in cui il quartetto – ancora molto giovane, è bene dirlo – dimostrerà definitivamente di aver superato lo scoglio “influenze”. Le potenzialità ci sono e sono evidenti.

(2012, Infectious)

01 Intro
02 (Interlude 1)
03 Tessellate
04 Breezeblocks
05 (Interlude 2)
06 Something Good
07 Dissolve Me
08 Matilda
09 Ms
10 Fitzpleasure
11 (Interlude 3)
12 Bloodflood
13 Taro

IN BREVE: 4/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.