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Arctic Monkeys – AM

amFenomeni MySpace prima, bambini prodigio poi, rockstar affermate oggi. Non c’è che dire, la parabola degli Arctic Monkeys può essere definita in ogni modo fuorché fallimentare. Nonostante l’atavica – e spesso, spessissimo, giustificata – ritrosia verso fenomeni nati e pasciuti dalla rete, bisogna ammettere che la band di Alex Turner ha saputo conquistare una certa credibilità nel corso degli anni. E se c’era un album-tipo che avrebbe dovuto tirar fuori oggi era proprio questo AM, evidente segnale di una maturità ormai riconosciutagli anche da illustri e blasonati colleghi.

Non da ultimo Josh Homme, scomodatosi per apparire alle controvoci in One For The Road e Knee Socks. Anche se, in realtà, l’apporto del rosso frontman dei Queens Of The Stone Age pare davvero essere andato oltre il semplice ruolo di guest. Lo immaginiamo lì, impegnato a dar consigli su questo o quell’arrangiamento, mentre libera i suoi stivali da quella fastidiosa sabbia che gli lascia ogni volta il deserto. Perché “AM” trasuda tanto di quel sound blueseggiante di casa Homme (la dice lunga in tal senso l’opener Do I Wanna Know?).

E’ un album “rock” nel vero senso del termine, mette da parte le velleità da “pogo, sì, ma senza rovinarmi il ciuffo” tipiche dell’indie-rock del nuovo millennio per gettare uno sguardo più attento e riguardoso agli inossidabili maestri di tutti: R U Mine? ed Arabella hanno un non so ché di sabbathiano nel loro incedere, Mad Sounds trasuda quei Velvet Underground carilloneschi tirati in ballo dallo stesso Alex Turner per giustificare il titolo del lavoro (ricorderete certamente il “VU” della band di Lou Reed), mentre No. 1 Party Anthem è una ballad prettamente cantautorale che paga pegno ai Beatles solisti.

Certo l’album è piuttosto lungo e variegato e non ogni ciambella viene fuori col buco, perché I Want It All ha una ruffianeria siliconata che non convince appieno, Snap Out Of It ha la forma e la sostanza del riempitivo e Fireside è il contentino per coloro che non vogliono accettare la maturazione della band di Sheffield, rimanendo legati alla loro prima produzione. Ma nel complesso il disco scorre che è un piacere, ispirato e mai fiacco. “AM” come acronimo di Arctic Monkeys, “AM” come un marchio, “AM” come una sigla definitiva che non occorre esplicitare ulteriormente.

(2013, Domino)

01 Do I Wanna Know?
02 R U Mine?
03 One For The Road
04 Arabella
05 I Want It All
06 No. 1 Party Anthem
07 Mad Sounds
08 Fireside
09 Why’d You Only Call Me When You’re High?
10 Snap Out Of It
11 Knee Socks
12 I Wanna Be Yours

Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di vinili, CD e musicassette. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.