Home RECENSIONI Bill Callahan – My Days Of 58

Bill Callahan – My Days Of 58

Quando dici Bill Callahan non stai dicendo Pinco Pallino. Parli di un Cantautore con la C maiuscola, in giro dalla fine degli anni ’80 con risultati molto (ma molto) raramente giusto un pelo deludenti. Perché Bill Callahan ti dà quella gloriosa sensazione, infinitamente rara da sempre ma oggi più che mai, di essere uno che se non ha niente da dire preferisce star zitto. E infatti è stato zitto, Bill Callahan, per qualche anno. Il che ci garantiva già, in qualche modo, la bontà di My Days Of 58.

Il songwriter di casa ad Austin (e lo vediamo bene in effetti, lì in Texas) confeziona con dodici tracce uno dei suoi dischi più introspettivi: un disco domestico dato l’assunto che il sé sia la propria casa e le pareti la propria vita. E che si abbia la necessità di cantarla: come ben sottolineato da Why Do Men Sing e Computer, ad esempio. Il fu Smog tiene fede a una linea che coglie più o meno punti sulla traiettoria che va dal roots al blues, dal folk al country – naturalmente. Non una corsa spericolata, qualcuno potrebbe obiettare. E qualcun altro dovrebbe rispondere che il brivido non sta nella velocità, ma nell’adesione al tragitto. Ci porti su scenari urbani ed extraurbani conosciuti (Lonely City, Highway Born, West Texas, Lake Winnebago), alla dogana dell’inquietudine e della carriera (The Man I’m Supposed To Be, Pathol O.G.), in mezzo ai boschi della psiche e dei ricordi (Stepping Out For Air, Empathy).

Con uno splendido trio di musicisti che contribuisce al sapore familiare dell’opera (Matt Kinsey alla chitarra, Jim White alla batteria, Dustin Laurenzi al sassofono) e pubblicato per la più che familiare Drag City – “My Days Of 58” è un album che parla di famiglia come necessità di confronto per sé e opportunità per gli altri. Lo fa attraverso la solita voce baritonale di un artista che ha ricevuto la grazia molto tempo fa e non da un Presidente della Repubblica. Piuttosto con la consapevolezza che se non hai niente da dire, se proprio non senti di doverlo dire – allora forse è meglio star zitto.

2026 | Drag City

IN BREVE: 4/5