Home RECENSIONI Black Country, New Road – Ants From Up There

Black Country, New Road – Ants From Up There

Precisi come un orologio svizzero, dopo un anno rieccoci a parlare di nuovo del giovane collettivo del Cambridgeshire. Il perché è facile: la vena creativa è rimasta costante e, complice anche il periodo di magra dei live – sebbene in UK la situazione sia leggermente diversa – ecco servito il secondo disco della band britannica: Ants From Up There.

Tuttavia c’è un però, una piccola postilla a margine che tanto piccola, poi, non è: questo lavoro viene pubblicato ad una settimana dalla notizia che non t’aspetti, ossia l’uscita di scena di Isaac Wood, cantante e chitarrista della band. Isaac non era sereno. Per nulla. Il comunicato è chiaro: le strade si separano, ma il gruppo continuerà a scrivere e a suonare nuova e vecchia musica. Che ci fossero zone d’ombra nel gruppo si era percepito, che però il malessere riguardasse proprio il frontman irrompe come una doccia gelata. Ma tirarsi fuori dalla gabbia che l’ha circuito in questi mesi è stata una scelta necessaria che va compresa.

Il disco, però, c’è e non è il tentativo di cavalcare l’eredità commerciale di “For The First Time” e della sua candidatura al Mercury Prize. Ha un’anima, i testi di Wood la disegnano bene e, con il senno di poi, sono un chiaro lascito. Lo spettro della sofferenza è lì e fa i conti con il cambiamento. Aleggia nei versi di Concorde tra il dolore di Isaac e la metafora del viaggio rappresentato dal veloce aereo (”And the Isaac will suffer / Concorde will fly”).

Composto e registrato durante i tre mesi di clausura sull’Isola di Wight, sotto la supervisione di David Granshaw e Sergio Maschetzko, che subentrano ad Andy Savours, “Ants From Up There” è, al pari del predecessore, il frutto di una febbrile scrittura collettiva che, rispetto al recente passato, appare leggermente più inquadrata. Meno istinto e più ragione. Coesistono due aspetti apparentemente antitetici ma che in realtà sono l’evidenza di questo cambiamento: il maggiore respiro orchestrale degli arrangiamenti, che talvolta inseguono il minimalismo di maestri come Glass e Reich, e il tentativo, non sempre riuscito, di avvilupparsi intorno alla forma canzone.

La presenza di un tema sonoro che ritorna – Intro e Basketball Shoes, rispettivamente inizio e fine del disco – è l’elemento che sancisce l’esperimento del sedersi a tavolino cercandosi di dare delle linee guida entro cui operare. Ma le fughe strumentali sono sempre lì diventando una sorta di cifra stilistica necessaria. L’anima anarchica che non puoi ingabbiare, perché prima o poi prende il sopravvento. È il caso di Snow Globes che, con la sua struttura stratificata, aggiunge gradualmente strumenti, armonie fino a diventare un fiume in piena che abbatte gli argini sonori ed esplode. Ma poi ritorna in sè, si ricompone, dimostrando di non aver smarrito questo nuovo senso della misura. Discorso simile può essere fatto per Basketball Shoes, brano monumentale per la quantità di avvicendamenti sonori che si stagliano nei suoi dodici minuti di durata. Anche qui il saliscendi che si ascolta è ponderato, quasi scindibile in sezioni. Concorde e The Place Where He Inserted The Blade, invece, rappresentano la prova di imbrigliare il virtuosismo in una struttura canzonistica, quasi volendo riformulare il concetto canonico di ballad.

La vetta, però, è Bread Song: il suo arpeggio intenso e trascinato tiene il passo al cantato plumbeo di Wood, qui così peculiare e necessario per dare autenticità al dolore raccontato. La pregevole fattura di questa seconda prova, oltretutto così ravvicinata, non intacca lo stuolo di lodi piovute su questo gruppo l’anno scorso. L’assenza peserà? Chi può dirlo. Restano le note e le parole, dopotutto.

(2022, Ninja Tune)

01 Intro
02 Chaos Space Marine
03 Concorde
04 Bread Song
05 Good Will Hunting
06 Haldern
07 Mark’s Theme
08 The Place Where He Inserted The Blade
09 Snow Globes
10 Basketball Shoes

IN BREVE: 4/5

Danilo Nitride
Nasco a S. Giorgio a Cremano (sì, come Troisi) nel 1989. Cresco e vivo da sempre a Napoli, nel suo centro storico denso di Storia e di storie. Prestato alla legge per professione, dedicato al calcio e alla musica per passione e ossessione.