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Black Midi – Cavalcade

Quanto è bello quel connubio di punk, free jazz e rock progressivo che per semplificazione, almeno nel termine di definizione, prende il nome di brutal prog? Ammesso che cercare di inquadrare il progetto dei Black Midi a tutti i costi in uno o più generi possa ritenersi necessario (e soprattutto possibile), ciò che è certo è che sono brutalmente bravi. Reduci dall’eccellente e impronunciabile “Schlagenheim” (2019) e momentaneamente orfani del vocalist e chitarrista Matt Kwasniewski-Kelvin, il trio formato da Geordie Greep, Cameron Picton e Morgan Simpson replica il Big Bang del debut con otto tracce ben congegnate, trionfo di sperimentazione e dalle liriche complesse e interessanti.

Il percorso inizia con le vertigini dei violini nevrotici di John L, che leva il respiro alternando passaggi energici e spoken word, di una bizzarria degna dello stile dei Primus di Les Claypool, a pause improvvise: da lodare in particolare (qui e per tutto il resto dell’album) sono i virtuosismi di batteria di Simpson. Il protagonista della traccia è un gretto nazionalista, abbandonato alla fine dai suoi stessi seguaci, e la lettera L nel titolo equivale al numero romano cinquanta, come se fosse riferito al titolo di un monarca. L’elegante Marlene Dietrich non è un semplice e agrodolce omaggio ad una delle icone del cinema del primo Novecento, ma sembra contrapporsi di netto al personaggio meschino raccontato nel brano precedente, nascondendo tuttavia un tranello, un pugnale con cui ferire chi rimane incantato ad ascoltare la femme fatale: viene citato infatti “Mackie Messer”, altrimenti detto “Mack The Knife”, criminale de “L’opera da tre soldi” di Bertold Brecht.

Politica e storia del cinema cedono il posto alla medicina (e al rinnovato amore per i termini difficili da pronunciare) con il riff di chitarra nervoso e gli scricchiolii delle ginocchia malmesse di Chondromalacia Patella,la quale sfocia dapprima in una leggera performance jazz per poi esplodere e degenerare in una frenesia incontrollabile, fino a raggiungere le atmosfere di Slow, che con la sua bassline rimanda subito alla mente alcune vecchie glorie contenute nei primi dischi di quel fenomeno di Stanley Clarke, condite un pizzico di punk. Il lento crescendo proggy di Diamond Stuff dona un po’ di respiro, ed è seguito dalle chitarre distorte di Dethroned, incentrata sull’orgoglio umano e sulla difficoltà di ammettere una sconfitta.

È infine la volta delle stravaganze claypooliane di Hogwash And Balderdash, le quali si riscontrano fin dal suo titolo, letteralmente “Nonsense And Nonsense”, oltre che nel sound che torna sui passi del primo brano, e del lungo finale di quasi dieci minuti affidato ad Ascending Forth, inizialmente intitolata “Nylon” e suonata live già nel 2019. I balzi di Cavalcade stupiscono ancor più del suo predecessore attirando come un magnete l’ascoltatore, seppur apparentemente poco orecchiabile e accessibile, colto e allo stesso tempo degenere, originato da quel vortice di caos e genialità che ben pochi riescono a dominare. Tutto ciò non può che portare a sottolineare nuovamente (come hanno fatto anche molti colleghi e conterranei del gruppo, tra cui gli Shame) che i virtuosi Black Midi sono la vera band rivelazione del nostro tempo.

(2021, Rough Trade)

01 John L
02 Marlene Dietrich
03 Chondromalacia Patella
04 Slow
05 Diamond Stuff
06 Dethroned
07 Hogwash And Balderdash
08 Ascending Forth

IN BREVE: 5/5

Martina Vetrugno
Studentessa di ingegneria informatica, musicofila, appassionata di arte, letteratura, fotografia e tante altre (davvero troppe) cose. Parla di musica su Il Cibicida e con chiunque incontri sulla sua strada o su un regionale (più o meno) veloce.