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Converge – Hum Of Hurt

La parola d’ordine del 2026 forse è “Inferno”. Perché, oltre allo splendido disco dei Boards Of Canada, gli altri pezzi pregiati dell’anno sono tre album che fanno bungee jumping nella bolgia dantesca e ritorno. “An Undying Love For A Burning Love” dei Neurosis, “Love Is Not Enough” dei Converge e Hum Of Hurt. Sempre dei Converge. Per i fan sarà divertente provare a stabilire chi preferire fra mamma e papà: per tutti gli altri, non c’è che esultare e smetterla di chiedersi per quale motivo la band di Salem (a proposito di Satana) abbia deciso di farci questo regalo, godendone fino all’ultimo secondo.

Rispetto al fratellino maggiore, questo secondo LP può dirsi, in un certo qual senso, l’opera “meno metal e più post hardcore” (fondamentale il virgolettato) nel roster dei Nostri – nonché sinceramente una delle più riuscite in assoluto. Sia chiaro: la furia abita ancora qui eccome: semplicemente è più stratificata, meno brutalmente diretta rispetto a questo febbraio ma forse ancora più disperata. Pezzi come Detonator e Dream Debris possono forse chiarire meglio questo punto di vista. Il secondo in particolare col suo giro di basso tremendo, rigido e ossessivo, ad accompagnare un climax continuo e oscurissimo. Ci sono echi di Jesus Lizard, Bitch Magnet, Cowards: accelerazioni e virtuosismi mai fini a se stessi solo a ricordarci quanto eccezionali siano questi musicisti.

Come non troppo spesso capita, quindi, è il corpo intero di “Hum Of Hurt” e non le sue parti singole a dover essere argomento di discussione: la sua presenza, la sua perentorietà, la sua esistenza come fatto e come atto di creazione. Se il titolo prende spunto dalla frequenza inudibile del dolore umano, godiamo di questo incredibile stetoscopio nelle orecchie che pulsa di oscurità e di luce, annientamento e rinascita. Un’altra volta. Altro che crisi di mezza età: i Converge mettono l’inferno al guinzaglio da una carriera e continuano a portarlo a spasso come un barboncino in fiera. Immensi.

2026 | Epitaph

IN BREVE: 4,5/5