Home RECENSIONI Dave Gahan & Soulsavers – Imposter

Dave Gahan & Soulsavers – Imposter

Un impostore è per definizione colui che prende dolosamente il posto di qualcun altro. La circostanza che il titolo di questo disco, Imposter, sia declinato al singolare e non al plurale lascia pochi margini di dubbio sul fatto che sia Dave Gahan e non Rich Machin − titolare del progetto Soulsavers − l’impostore in questione. O quantomeno che lui si senta tale, visto che esiste anche una cosiddetta “sindrome dell’impostore” che affligge chi crede di non meritare del tutto il proprio successo. Da tutta una vita Gahan canta in modo eccezionale testi scritti da lui, ma anche e soprattutto scritti da altri, nello specifico da quel Martin Gore che è stato ed è ancora il suo perfetto completamento artistico all’interno dei Depeche Mode. Il terzo capitolo della collaborazione fra Gahan e Soulsavers accentua così questo concetto di “sostituzione” che pare venga da molto lontano nella mente di Gahan, ma parlare semplicemente di cover potrebbe risultare persino irrispettoso.

Lo sarebbe perché i dodici brani inseriti nella tracklist di “Imposter” vivono incredibilmente bene in sequenza l’uno dopo l’altro, nonostante la loro provenienza sia talmente trasversale e spalmata nei decenni da suggerire uno di quei pot-pourri difficilissimi da digerire. Ciò accade perché il lavoro svolto da Gahan nell’interpretazione dei pezzi e dalla macchina Soulsavers nell’arrangiarli è un filtro collaudato che li rimette a nuovo, donandogli una vita a se stante non necessariamente sovrapponibile a quella delle versioni originali. Questo vincente incontro artistico (siamo già al terzo capitolo congiunto dopo “The Light The Dead See” del 2012 e “Angels & Ghosts” del 2015) punta ormai tutto su atmosfere da blues-noir sintetico davvero avvolgenti, che fungono da unico e preponderante filo conduttore per l’intero disco. Rispetto ai due lavori precedenti, dove si trattava di materiale inedito, qui il compito di Gahan e Machin era decisamente più arduo, visto che gli toccava dare una forma assimilabile a brani firmati da penne parecchio distanti fra loro.

La missione può dirsi compiuta senza mezzi termini, visto che sono riusciti a dare lo stesso suono corposo e profondo tanto ad esempio alla Strange Religion di Mark Lanegan (un altro che ha già avuto a che fare con Soulsavers oltre che con certo bluesaccio digitalizzato) quanto al classico immortale Smile, scritto da Charlie Chaplin quasi un secolo fa. A dispetto dell’assolata Malibu in cui è stato messo a punto (nello specifico agli Shangri-La Studios), “Imposter” è stato immerso in tonalità scurissime da cima a fondo, in modo che ogni passaggio del disco abbia potuto subire la cura Gahan-Machin, una cura fatta di produzione maniacale − non troppi lavori suonano così bene − al servizio di sfumature che vanno dalle nuvole gonfie di pioggia alla pece. Le cover brillano tutte, per un aspetto o per l’altro, ma a voler cercare i momenti salienti non fatichiamo a trovarli in Metal Heart di Cat Power e The Desperate Kingdom Of Love di PJ Harvey, in cui Gahan svuota lo sterno come poche altre volte gli è accaduto.

Le cover sono sempre e per tutti un campo minato, ma “Imposter” riesce a superare lo scoglio in assoluta scioltezza perché la scelta dei pezzi è tutt’altro che banale (ad esempio A Man Needs A Maid di Neil Young o Not Dark Yet di Bob Dylan), le interpretazioni di Gahan sono tutte palesemente vissute e sentite (e non è un caso che, in fase di presentazione del disco, abbia dichiarato che ciascuno di questi brani è riuscito ad emozionarlo almeno una volta) e il vestito sonoro che Machin gli cuce addosso calza a pennello al Gahan dei tempi moderni (giusto per tirare ancora una volta in ballo Chaplin), quello che con gli stessi ultimi Depeche Mode s’è mosso su territori molto vicini a questi per ispirazione. E sta tutta qui, in un lavoro del genere, l’essenza di ciò che dovrebbero essere le rivisitazioni, le reinterpretazioni: fare profondamente proprie opere altrui, accostandosi parallelamente alle originali per prenderne momentaneamente il posto. Proprio come fa ogni impostore incallito che si rispetti.

(2021, Columbia)

01 The Dark End Of The Street
02 Strange Religion
03 Lilac Wine
04 I Held My Baby Last Night
05 A Man Needs A Maid
06 Metal Heart
07 Shut Me Down
08 Where My Love Lies Asleep
09 Smile
10 The Desperate Kingdom Of Love
11 Not Dark Yet
12 Always On My Mind

IN BREVE: 3,5/5

Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di vinili, CD e musicassette. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.