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Dry Cleaning – New Long Leg

Non è mai passato di moda (e sarà così finché lo spettro dei Joy Division aleggerà sulle nostre teste, dunque per sempre), ma ultimamente in quanto a post punk in giro c’è davvero da fregarsi le mani, visto che un’intera generazione di ragazzi britannici (ma anche non) sembra aver puntato tutto su quel tipo di insegnamenti. I Dry Cleaning da Londra, che con appena due EP si sono guadagnati − circostanza assolutamente non casuale, questa − un contratto con 4AD, entrano a pieno titolo in questo recente calderone, insieme ai vari Idles e poi Fontaines D.C. e The Murder Capital e Shame e Black Country, New Road e via discorrendo, tutti accomunati dalla pubblicazione di album che, piaccia o meno, stanno davvero segnando l’attualità discografica.

Oltre al nome della 4AD i Dry Cleaning sono riusciti a piazzare su New Long Leg, il loro debutto sulla lunga distanza, anche quello di John Parish, un altro che mai casualmente decide di prestare i propri servigi di produttore e che gli fornisce così un’altra investitura di assoluto spessore. La band, dal canto suo, riprende quanto fatto sentire con gli EP ma lo fa in maniera decisamente costruttiva, mettendosi al servizio del formato long playing, raddrizzando certe storture figlie dell’inesperienza, ricercando e trovando un’uniformità stilistica che, più che la Gioconda, è un puzzle della Gioconda i cui pezzi s’incastrano alla perfezione.

Il tratto distintivo di “New Long Leg”, al netto del basso secco e pulsante di matrice post punk, è chiaramente l’impatto vocale di Florence Shaw. E lo chiamiamo “impatto” perché il suo 98% di spoken word + 2% di lamento non può affatto passare inosservato, né per riferimenti né per pregio della loro applicazione. Non serve certo essere Lester Bangs per rendersi conto che il suo approccio vola dritto alla New York dei Sonic Youth, guardando a quella Kim Gordon che con costanza, per almeno tre decenni, ha dato un corrispettivo in voce alle distorsioni di Thurston Moore; ma con un pizzico di orgoglio non si può non pensare anche a Giovanna Cacciola dei “nostri” Uzeda, che con i Sonic Youth hanno in comune quello ma anche le sferzate noise.

Ecco, il noise nudo e crudo ai Dry Cleaning manca (nella sola Unsmart Lady se ne sente un richiamo lontano), ma fa tutto parte della rivisitazione operata dalla band, che salta da una costa all’altra dell’Atlantico prendendo il meglio di ciò che gli passa sottomano. Il loro post punk, evidente in passaggi come l’iniziale Scratchcard Lanyard (magari ne venissero fuori più spesso singoli del genere), è levigato da due decenni di indie del nuovo millennio (vedi More Big Birds, in cui Shaw accenna per la prima e ultima volta del disco un canto), da visioni no wave e art punk (qua e là spunta infatti qualcosa degli Half Japanese così come dei Wire) e persino da elucubrazioni kraut (come negli oltre sette minuti della conclusiva Every Day Carry, che pestano i piedi niente poco di meno che ai Suicide). Senza dimenticare il fulcro new wave delle consecutive Leafy ed Her Hippo.

Tra il serio e il faceto Shaw snocciola parole che a volte sembrano buttate lì a caso, ma sempre con un certo stile, mentre Lewis Maynard (basso), Tom Dowse (chitarra) e Nick Buxton (batteria) si danno da fare per tirare fuori tutti, ma proprio tutti gli ascolti di un’adolescenza irrequieta. E ci riescono, ci riescono in pieno, guardandosi alle spalle col sorriso sornione di chi ha una vita davanti, che è quello stesso sguardo che dà a un disco come “New Long Leg” una freschezza ammirevole nonostante proponga roba vecchia di una quarantina d’anni.

(2021, 4AD)

01 Scratchcard Lanyard
02 Unsmart Lady
03 Strong Feelings
04 Leafy
05 Her Hippo
06 New Long Leg
07 John Wick
08 More Big Birds
09 A.L.C
10 Every Day Carry

IN BREVE: 3,5/5

Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.