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Ed O’Brien – Blue Morpho

Chitarrista silenzioso – nel senso di meno appariscente, visto che l’altro è una stella come Jonny Greenwood – dei Radiohead, circostanza che peserebbe come un macigno sulle spalle di chiunque altro, Ed O’Brien già da un po’ di anni ha iniziato un interessante percorso da solista, proprio in concomitanza con la pausa che s’era imposta la band. Il suo esordio in piena pandemia era stato “Earth” (2020), sebbene firmato col moniker EOB e non con le proprie generalità complete. A distanza di sei anni, con nel mezzo tanto altro in termini di vita privata e professionale (non fosse altro che per la recente reunion live dei Radiohead, che ha riacceso l’hype – in vero giustamente mai sopito – sulla band), O’Brien è tornato con Blue Morpho che, prodotto da Paul Epworth (già al lavoro, tra gli altri, con Adele e Paul McCartney) e frutto di collaborazioni illustri con colossi come Shabaka Hutchings, lo rilancia anche nelle vesti soliste.

La depressione e lo strenuo opporsi ad essa sono il fulcro concettuale di “Blue Morpho” nonché il motivo stesso per cui O’Brien si è messo a lavorare sul disco (le questioni private di cui dicevamo sopra), un po’ una terapia autoimposta per sfuggire al devastante impatto che il lockdown ha avuto sulla sua psiche (e su quella di milioni di altre persone, ovviamente). E così “Blue Morpho” è un viaggio che si dipana senza un percorso prestabilito, seguendo più il bisogno di spazi aperti e aria di O’Brien che sentieri già battuti. Il collegamento col Brasile e con l’America del Sud, che impregnava al 100% “Earth”, va qui oltre il titolo del disco – la blue morpho è una farfalla diffusa da quelle parti – e si sente tutto nel lento incedere dei quaranta minuti scarsi di durata del disco, dieci dei quali si condensano nella conclusiva Obrigado, in cui bossa nova, derive psych e ambient si mischiano fra loro in un unico, lungo, lisergico fluido viscoso.

L’impianto orchestrale che accompagna gran parte del disco fonda chiaramente le sue basi nel progetto principale di O’Brien, specie in un disco come “A Moon Shaped Pool” (2016) che ha dimostrato, più che altrove, come soprattutto gli ultimi Radiohead abbiano saputo abilmente giocare anche con questo tipo di costruzioni. Ma il modo in cui O’Brien miscela il tutto insieme alle cadenzate derive latine rende “Blue Morpho” qualcosa di sensibilmente nuovo alle latitudini del chitarrista, come nella traccia d’apertura Incantations, dove il crescendo del tribalismo sfocia sul finale dei suoi oltre sette minuti e mezzo in una lunga coda psichedelica.

La title track (ma anche Sweet Spot) mostra un carattere folkeggiante che, unito al resto delle intuizioni di O’Brien, rende il pezzo una sorta di rielaborazione in chiave radioheadiana di insegnamenti classici come quelli del Nick Drake più arioso, con un occhio a certe elucubrazioni bucoliche di una Kate Bush d’annata. L’afflato jazzato di Teachers (e i filtri attraverso cui viene setacciata la voce di O’Brien), invece, paga anch’esso pegno ai Radiohead più recenti e, perché no, anche a ciò che Yorke e Greenwood hanno fatto altrove (vedere ovviamente alla voce The Smile). L’ambient delle due brevi Solfeggio e Thin Places diventa così un intermezzo che, più che il ruolo di decompressione che sarebbe nella natura di composizioni del genere, ha quello di testimonianza tangibile di un respiro che potrebbe essere al tempo stesso quello dell’artefice del suono o quello del mondo tutt’intorno. A voi la scelta.

Ed O’Brien con “Blue Morpho” ha così dimostrato ancora una volta come una grandissima – e non solo grande, visto di chi stiamo parlando – band non sia quasi mai il frutto di un’unica illuminata personalità. Dietro, spesso nelle retrovie e lontani dai riflettori, ci stanno sempre musicisti silenziosi che il rumore, quello giusto, sanno farlo eccome, in un modo che alla fine dei giochi si rivela sempre indispensabile e che, prima o poi, finisce per venire fuori anche in altri contesti.

2026 | Transgressive

IN BREVE: 4/5